topolino

20 novembre 2014

La desertificazione dell'immaginario

Lo so, sono partito in modo apocalittico, e so perfettamente che dipingerò a tinte ben più fosche di forse (o come spero) sarà la realtà, ma credo che, iperboli o meno, l'argomento possa comunque indurre a qualche riflessione.

Non è importante il tono, ma l'oggetto del contendere, spero.

Oltre un secolo fa, quando la fotografia si affacciò al mondo con l'enorme carico di novità oltre che a tutte le sue possibili applicazioni (molte delle quali neanche immaginate al tempo), sollevò subito una serie di grida di allarme negli ambienti artistici, le suddette grida paventavano la possibilità che soppiantasse, per la veridicità dei contenuti: l'illustrazione e la pittura, unici medium che permettevano un riscontro visivo della realtà, e che metteva in crisi con la sua inevitabile carica di oggettività.
Fu un falso allarme, perché sia la pittura, che seguendo un percorso indipendente ed evolvendosi anche nelle sue forme più astratte, finì per allontanarsi dalla pedissequa rappresentazione della realtà, trovando una sua definitiva autonomia; sia l'illustrazione che per comodità delle tecniche di stampa e di riproduzione, oltre che ad un abitudine di un pubblico alla rappresentazione grafica, continuò per molti decenni a decorare giornali, riviste, libri e manifesti rimanendo ben salda come primario medium comunicativo.
Questo tuttavia, non impedì alla fotografia di guadagnarsi una sua autonomia all'interno dei media, trovò il proprio spazio ovunque, condividendolo con gli altri senza furiose battaglie, almeno questo per molti anni, anche se, per le sue caratteristiche particolari, era destinata non solo a prevalere per l'immediatezza e l'esattezza del reperto visivo, ma a ritagliarsi (all'interno dei quotidiani), veri e propri spazi mai utilizzati.

Sono passati decenni, la convivenza è stata via via sempre più squilibrata, si vuotavano contenitori riempendosene degli altri, è stato inevitabile, ma vuoi per l'esistenza di fattori compensanti, vuoi per l'arretratezza tecnica, o per la lenta erosione culturale del tessuto sociale, questo cambiamento è stato sì inesorabile, ma relativamente lento.
Ma la lentezza nell'evolversi dei mutamenti, in quasi tutti i casi  è deleteria, perché è sotterranea, non suscita allarmi, non evidenzia i cambiamenti e, quando questi arrivano, hanno già una loro deflagrante devastazione, spesso ineluttabile.

Oggi l'illustrazione, almeno come era concepita un tempo, e nelle funzioni che ha avuto, sta mano a mano scomparendo riducendo sempre di più il suo campo d'azione. Non in tutti i settori, per fortuna, perché se ne stanno aprendo altri, ben più specifici e circoscritti, che permettono lo sviluppo della fantasia degli artisti mettendo le loro competenze al servizio di altre tipologie di impiego (il web con tutte le sue derivazioni, l'animazione, il design).

Quello che però mi preoccupa, come apocalitticamente scritto nel titolo del post, è quello che temo stia avvenendo, e cioè è in atto una desertificazione dell'immaginario.
Ho allestito due pannelli esemplificativi per spiegare meglio il concetto che vorrei esprimere, e cioè la preoccupante tendenza al "realismo visivo" per lo strapotere che attualmente detiene la fotografia su tutte le altre forme di comunicazione, oltre la tendenza alla riproduzione ossessiva della realtà nelle pratiche creative. 

                                                        OGGI



                                                                                 IERI


Cover di riviste, newsmagazine (sx) e manifesti cinematografici (dx) di oggi e di ieri nei due relativi quadri, come nella Settimana Enigmistica osservate bene e confrontate le due immagini non tanto per scoprirne le differenze, che sono palesi, ma per capire quali sono le immediate considerazioni che la visione vi suggerisce.

Nei due pannelli ho cercato di inserire cover di magazine e poster di film degli ultimi anni, a confronto con quelle di decenni precedenti, quando alcuni (non tutti, per carità) messaggi comunicativi erano espressi graficamente con l'interpretazione dell'illustratore. Qui sono escluse le pubblicità generiche sia per riviste che per affissioni, che nei decenni precedenti erano largamente utilizzate, ma il concetto non cambia.

Il tratto distintivo del relativo confronto tra le due immagini, a mio parere è: l'omologazione
Questo è tanto più evidente nei poster di film, oggi non sono che semplici montaggi dei volti dei protagonisti, in certi casi è contestualizzato l'ambiente (se è fantascientifico, ad esempio) altrimenti l'appeal promozionale e comunicativo è tutto caricato sull'interprete.
Certo alla base ci sono ragioni commerciali, lo so benissimo, ma questa uniformità di messaggio la trovo disarmante, avvilente e, in certi casi, anche preoccupante.
Oggi l'illustrazione, quando viene usata (mi riferisco principalmente a pubblicità e copertine di magazine), non solo non è un elaborato grafico, ma generalmente è una foto ritoccata (e mi riferisco principalmente all'Italia), e spesso neanche è realizzata da illustratori, bensì da smanettoni pratici con Photoshop che assemblano foto ritoccandole e "piegandole" con artifici digitali alle proprie esigenze.
Una volta anche la pubblicità utilizzava l'illustrazione come veicolo preferenziale per i suoi annunci, le illustrazioni "evocavano", "illudevano" con la loro carica allusiva ed immaginifica senza descrivere nel dettaglio, forse era un mondo più giovane, anzi, senz'altro, ma credo che le menti di chi le fruiva fossero ben più stimolate creativamente.

L'illustrazione -che non va bene per ogni cosa, intendiamoci- permette attraverso la sensibilità dell'artista una sua interpretazione al libro, al film, anche la faccia del politico sulla cover di un newsmagazine, perché non ritrae nel crudo realismo un semplice volto ma, con il segno, ne da una interpretazione concedendo ampi spazi alla fantasia di chi osserva, stimolandone la sua creatività perché lo distrae dall'oggettiva realtà del personaggio nel suo asettico riconoscimento formale.
Perché l'attitudine a decodificare forme e decifrarne i contenuti permette di maturare un gusto ed una capacità analitica che può orientarsi verso l'apprezzamento e la valorizzazione dell'Arte. 

La ricerca di un sempre più assillante avvicinamento al realismo che ci circonda, basti pensare alla ricerca del dettaglio realistico nei più recenti videogiochi, dove si confondono personaggi virtuali da quelli reali, credo che allontani sempre di più da un sano sviluppo delle nostre attitudini artistiche ed interpretative di segni che non siano riconducibili pedissequamente a concetti realistici.
Mi sembra che ci sia una rincorsa spasmodica a ricostruire nell'immaginario un mondo fittizio che sia intercambiabile con il quotidiano, evitandoci sforzi interpretativi, sembra che la rincorsa al dettaglio realistico serva come succedaneo alla realtà, non ci viene così lasciata la libertà di immaginarcelo il nostro futuro o i nostri desideri, bensì ci vengono preconfezionati così nel dettaglio che a noi non resta che accettarli così come sono, tanto sembrano tangibili.
Disabituare le persone ad un percorso cognitivo elaborato, rischia di omologarle nei gusti togliendogli l'autonomia creativa di decidere cosa gli piace, in questo vedo una desertificazione dell'immaginario, perché se l'unica strada percorribile è quelle sempre più vicina alla realtà ed al realistico, ogni divagazione sul tema sarà sempre meno capito, ogni personalismo sarà incompreso, ogni concetto originale e fuori dagli schemi, con il tempo, sarà visto come alieno, depauperando la nostra fantasia e sopratutto rischiando di non concepirla più in modo personale ed originale. 

L'illustrazione -in tutte le sue forme- è un'interpretazione del mondo, è il manufatto di un uomo fatto per un altro uomo nel tentativo di veicolare un messaggio attraverso la sensibilità di entrambi, è una visione che stimola a sua volta il riscontro di chi la vede, gli permette di elaborare forme, decodificarle, dargli un significato e quindi mettere in gioco la propria sensibilità artistica e visiva. 
E' un'esperienza, e non l'accettazione di un semplice fatto, per questo si avvicina a l'Arte.

Non so se sono riuscito a spiegare il mio punto di vista, non so se sono stato capace di far capire quello che mi premeva affermare, e cioè come la convivenza di molti media, senza la prevaricazione degli uni sugli altri, rappresenti un valore imprescindibile per la crescita di una coscienza artistica e formale, un modo per sottolineare che è solo attraverso le diverse multiformità della rappresentazione della realtà che la si può immaginare in modo originale, migliorandola.
Il rischio è un immaginario comune, omologato, fatto e composto dagli stessi ingredienti, perfetto nelle sue componenti, estremamente vicino e contiguo alla realtà e nei suoi dettagli....ma siamo sicuri che per immaginarci il nostro futuro, abbiamo proprio bisogno di questo?

3 commenti:

  1. Ti sei spiegato benissimo Stefano, Queste riflessioni me le ero gia' fatte da solo tra me e me.
    Ora mi chiedo: non saro' mica un apocalittico pure io ? E quando l'omologazione passa per gli occhi, passa per tutto il resto.

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  2. Non sarebbe quello il problema (io non ho parlato di comics perché credo che fotografia e comics siano su due piani differenti), e comunque non è tanto uno scontro tra media (che inevitabilmente comnporterà morti e feriti), neanche è una guerra diretta, quanto la volontà di rinunciare a qualcosa a discapito di una qualità formale esclusivamente realistica che, a parer mio, impoverisce.

    Poi, per carità, ho capito ed apprezzato la simpatica citazione...

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