topolino

15 settembre 2014

Stati Uniti -3a parte- San Francisco

31 luglio. Giovedì.

Partenza per San Francisco, la mattinata è impegnata per i preparativi, dobbiamo essere in aeroporto non troppo tardi per cui colazione abbastanza veloce, le ultime cose e poi di corsa con un Van per 5 posti che, carico com'era, strusciava per terra ad ogni malformazione del manto stradale che, a dire la verità, non rende giustizia ad una nazione ed una città che ha eletto l'automobile come unico mezzo usabile e disponibile per attraversarla, le freeway sono moltissime, a sei corsie e si intrecciano come fossero una trama di un tessuto.
Volo American Airlines, check-in automatizzato e veloce, ma procedure piuttosto inutili perché il risparmio di tempo viene divorato da un ritardo per problemi di traffico aereo, e partiamo con un'ora di ritardo.
Arriviamo a San Francisco piuttosto tardi, verso le due, complicate operazioni per prendere la metro, la biglietteria automatica non è delle più intuitive, ed arriviamo al Triton, albergo nella centralissima zona della city della città, tra Union Square e Market Street. All'uscita della metropolitana, fermata Montgomery Street (dico, Montgomery, come facciamo a competere con gli americani quando noi possiamo al meglio proporre: Molino Dorino o Tuscolano?), comunque, fatto questo umiliante confronto, di fronte a noi, sotto un sole nitido e per niente simile a quello lasciato a Los Angeles, si stagliano intorno a noi i grattacieli della city, con strutture moderne ed avveniristiche degne di un film di fantascienza, accanto a palazzi di fine '800 con le immancabili scale di sicurezza: una gioia per gli occhi.





Il colpo d'occhio della city uscendo dalla fermata Montgomery.

Andiamo all'albergo per prenderne possesso e lasciare i bagagli, la struttura è vintage e gli interni sono decorati con pitture sgargianti e di gusto un po' fricchettone, ma è carino e divertente, e la posizione assolutamente invidiabile, qui lascio i miei compari che se ne andranno nella loro doppia, io stasera sono solo, da domani arriva Alberto e dividerò la camera i restanti giorni con lui.
Uscita per le strade della città, il Triton si trova proprio alle porte di Chinatown ed è da lì che partiamo per un primo sopralluogo della città, mangiamo in un locale coreano, cibi sui quali ci siamo fatti poche domande ma che, nella loro poco salutare presenza visiva, si sono fatti mangiare senza infamia e senza lode, salvo sentire grida di protesta da parte del fegato, prontamente ignorate. Ma c'è da dire che il quartiere cinese è il più antico, e al tempo stesso più importante insediamento di una comunità della Cina degli Stati Uniti, ed a segnalare questa considerazione sono testimoni una biblioteca costruita ai primi dell'800 ed un ospedale interamente per loro.
Tra queste vie e tra i gruppetti di persone che incontriamo, o dai negozianti che arringano i compratori, sentiamo parlare il cinese, molti di loro anche se in America da decenni probabilmente non conoscono l'inglese, costante di queste comunità che, tranne per le generazioni più giovani, hanno pochi scambi e quindi scarsa integrazione con il paese ospitante, specialmente se abitanti nelle loro "Chinatown" dove la loro comunità è pressoché omogenea. Detto questo, da quando siamo arrivati in America non si può certo dire che questo sia un paese a scarsa integrazione, qui si può trovare davvero di tutto, neri bianchi, gialli, rossi e di ogni sfumatura epidermica e provenienti da ogni parte del mondo, un melting pot di gente tra la più disparata, e sappiamo bene che forse nessun paese come questo riesce a far coesistere tante etnie e tante razze trasformandoli in americani dandogli una bandiera comune sotto la quale riconoscersi.







La prima passeggiata attraversando Chinatown fino al Pier 39.

Poi attraversiamo tutta Chinatown e ci dirigiamo verso il Pier 39, un molo pieno di negozi di gadget, ristoranti e attività commerciali di ogni tipo, ma prima attraversiamo la città, passando da lontano da Lombard Street (una delle strade più tortuose del mondo) ma la vediamo in lontananza ripromettendoci di andarla a vedere e a poche centinaia di metri da Telegraph Hill, dove si erge una torre anch'essa simbolo caratteristico della città.




Telegraph Hill.

Al Pier 39 stazioniamo un po' e alcuni di noi rafforzano il loro abbigliamento acquistando dei capi più pesanti perché, nonostante li avessimo avvisati, non avevano tenuto conto dei consigli di chi, come me, c'era già stato e conosceva il clima della città che anche in questo periodo è piuttosto fredda, a causa dei venti ma sopratutto della nebbia che ad una certa ora si abbassa dalle colline circostanti per afferrare la città e rientrare la mattina successiva, e connotandola come una città che, in questo periodo è in controtendenza nei confronti della California.
La nebbia passa bassa sulla città spinta dal vento e finisce per inglobarla totalmente, facendo scomparire la cima dei grattacieli più alti ma dandole un aurea di mistero e fascino.
Poi andiamo a cena piuttosto tardi e proprio per questo motivo abbiamo anche rischiato di saltarla, in America cenano generalmente molto presto e alcuni locali alle 21,30 sono già chiusi o lo stanno facendo, almeno in questa zona. Ci siamo accontentati così di una pizzeria, probabilmente gestita da brasiliani, per una pizza carioca...ma è stata più che altro la fame che ha sospeso il suo giudizio sulle qualità culinarie del piatto, facendo celo comunque divorare.

Poi a letto, distrutti dalla stanchezza, domani tocca alla Pixar oltre al fatto che non vedo l'ora che arrivi Alberto.



1 Luglio. Pixar Studios.

La nebbia è ancora indecisa se alzarsi o no, ma è solo questione di minuti, e noi invece tutti ci alziamo con un obbiettivo, all'appuntamento che abbiamo per visitare la Pixar, l'ultimo Studios in programma e che tutti siamo ansiosi di vedere, è l'ultimo gioiello dell'animazione e fulcro dell'innovazione 3D.
È in sona Emeryville e dobbiamo attraversare la baia con la metro, la BART, partenza stazione Montgomery ed arrivo a MacArthur, ma stamane ho anche un altro pensiero, arriva Alberto e dobbiamo fa coincidere le cose.
Il viaggio ci fa attraversare la parte dei docks, degli scambi ferroviari e della logistica merci, spazi desolati con intrecci di rotaie, docks e quei quartieri che incontriamo sono piuttosto squallidi, anche la fermata MacArthur me l'ero immaginata diversa, desolata e bruttina, tra due corsie di una freeway ed immersa all'interno di un quartiere che ci facciamo tutto a piedi, e che di sera non dev'essere bellissimo da attraversare, poi la zona pian piano si trasforma in meglio e diventa sì periferica, ma con attività commerciali normali. All'interno di questo, più tardi abbiamo saputo nello spazio dove una volta c'era il vecchio stadio degli Oakland Oaks, squadra di baseball locale, Steve Jobs ha fatto erigere, su suo progetto, l'intera struttura, bella, organica e che da fuori sembra un recupero di archeologia architettonica, fatta di mattoni, legno e travi in acciaio a doppio t, 
ma che all'interno rivela la sua funzionalità e tutta la sua bellezza, con sistema antisismico, separata da uno spazio comune centrale e con ai lati le due anime della società, quella tecnica e quella creativa.








Pixar Animation Studios.

Qui ci viene incontro Victor Navone, direttore dell'animazione e guest star di una delle ultime Nemoland e JP Vine, un animatore nostro amico già ospite della scuola e anch'esso ospite di Nemoland, andiamo a mangiare alla mensa della società e poi facciamo un tour interno guidato nel reparto dei creativi.
Qui il creativo gode di una licenza speciale, il proprio spazio può "costruirselo" come vuole, per cui si vedono spazi arredati con tanto di pareti in doghe di legno irregolari, come il covo di Tarzan, come una pagoda cinese o una casa hawaiana, con il risultato di attraversare i corridoi pieni di disegni appesi in ogni spazio ma come fossimo in un vicolo di una cittadina costruita da un architetto pazzo. Il tutto seguendo la filosofia di Job nella quale ognuno doveva esprimere se stesso per ottimizzare al massimo le proprie energie, e poi pupazzi in grandezza naturale di Monster&Co., gli Incredibles, Toy Story in ogni spazio oltre alle nuove immagini del prossimo prodotto Pixar, quel "6 Big Hero" di prossima uscita.
Continua il nostro giro con l'amico Luis Gonzales (chief storyboarders, conosciuto in uno dei nostri innumerevoli workshop), che ci mostra l'intera struttura, questa è circondata interamente dal verde, c'è spazio per un anfiteatro dove trionfante Jobs riunì tutte le sue forze per annunciare a suo tempo l'acquisto della Disney, una piscina, una campo di basket e di beach volley, una palestra per l'esercizio dello yoga, la forza lavoro ed il lavoro come piacere della condivisione ma anche del benessere psicofisico che permette una produttività migliore perché, non illudiamoci, dobbiamo sì essere felici, ma alla fine dobbiamo produrre, altrimenti si cambia ragazzi, eh?
L'esperienza è comunque illuminante, il profitto e la produttività legato alla creatività non può prescindere dallo stato mentale dell'artista, può sembrare anche un concetto scontato, ma qui lo si applica, mentre altrove vorrei vedere che si fa (qualcosa di simile, ad esempio, l'abbiamo visto al Ghibli Studio di Tokyo).
Tutte e tre gli Studios visitate hanno questo legame comune, ognuno in proporzione alle leve di comando, alla data della loro nascita e, per certi versi,anche alla tipologia della loro produzione, ma qui, si produce enterteinement e lo si fa come probabilmente non lo si fa da nessun altra parte, e si vede, e 
rispecchia anche una filosofia della nazione che pretende sì il massimo da ognuno dei suoi componenti, ma è anche disponibile a metterli nelle migliori condizioni per poterlo fare.



Cena al giapponese ad Emeryville, con gli amici della Pixar.

La sera siamo a cena con Victor, Jp e Luis ad un giapponese, la cena è simpatica e amichevole, stiamo bene anche se siamo tutti molto stanchi, siamo arrivati con la BART e con la BART ripartiamo, la metro è tranquilla e molto frequentata, la city, al nostro riemergere dal sottosuolo, è anche abbastanza animata, ma noi andiamo direttamente a letto, domani giornata parzialmente libero! Almeno per me ed Alberto, che ci volgiamo godere una giornata interamente da soli.
Buenas noche.

2 Luglio. San Francisco e Sausalito.

La mattina si dorme, ma non troppo, siamo a San Francisco ed Alberto deve rendersi conto dov'è, colazione in un similstarbucks, perché i due locali della catena di Coffee Shop non hanno un grande assortimento di dolciumi, i ricordi giapponesi erano diversi.
Poi partiamo in direzione Union Square, la sosta in un enorme Nike Shop, dalle fantastiche vetrine e dai memorabili allestimenti, ci ha portato di fronte alle meraviglie dell'abbigliamento sportivo, che mi è costato una maglia dei SanFrancisco 49ers originale, poi sempre tutto a piedi prendiamo la Grant e, attraversando Chinatown per dirigersi verso Fisherman's Swharf ed II Pier 39.
Anche al Pier lascio una tassa pagando un berretto dei San Francisco Giants, la locale squadra di baseball, e per fortuna abbiamo saltato il basket, altrimenti mi toccava pure quello...





Lo splendido store Nike.

Poi abbiamo preso il traghetto per Sausalito, un borgo in origine di pescatori sull'altro lato della baia, oltre il Golden Gate, che anni fa si è trasformato in località di vacanza, poi luogo preferito dagli artisti ed oggi è un ameno paesino con molti negozi e dove biciclette e suv di titanica grandezza fanno bello sfoggio sul lungomare.
Qui ci fermiamo a mangiare in un posto con la lunga fila sul marciapiede, un buco sviluppatosi solo in lunghezza non più grande di 2,5 metri per otto, che faceva hamburger alla griglia a velocità costante e che, come si sa, godeva della più classica delle pubblicità, e credo, la più funzionale, e cioè in base alla gente che aspetta, si stabilisce il valore e la bontà delle cose prodotte, ci siamo fatti i nostri buoni 25 minuti di fila e siamo usciti con due cheeseburger ed un burrito de luxe che avrebbe accoppato Hulk Hogan, e ce li siamo sbofonchiati sul molo, direi anche con relativa tranquillità. Poi abbiamo ripreso il traghetto, ripassati a debita distanza da Golden Gate e Alcatraz con una miriade di ciclisti con bici al seguito, e siamo arrivati al Pier 41, dove siamo stati subito rapiti dai soliti artisti di strada, questa volta quattro ragazzi che facevano break dance in maniera fantastica, con delle evoluzioni degne di professionisti, poco più in là un batterista intonava una canzone alla moda ritmata e col seguito di uno stuolo di persone che danzava al ritmo della sua musica, qui tutti sanno fare il proprio, e anche chi si esibisce sembra sia stato sottoposto a delle selezioni rigorose.




Il Golden Gate.



Sausalito lambito dalla nebbia incombente che scende dalle colline e si deposita sulle abitazioni della baia, salvo poi risalire verso metà mattina.


L'isola di Alcatraz.


Il locale dove si "sfornavano" hamburger in quantità industriale con un sitsema organizzativo limato al millimetro, l'ambiente non è più largo di due metri e la fila di clienti si snoda per metri fino al marciapiede.


Lombard Street, in un'inquadratura piuttosto stretta per evitare di inquadrare le decine di persone accalcate di fronte ad essa per fotografarla.


L'interno del magazzino Nordstrom, al centro della città, nei pressi di Union Square.

Poi un salto a Lombard Street, la via tortuosa ed a senso unico, la ricordavo molto più tranquilla, mentre adesso è assediata di turisti che fanno foto indiscriminatamente, passa,perfino,la voglia di esserci venuti, tanta è la gente che c'è, e che ti conferma di quanto la massificazione delle cose finisce alla fine per ucciderle banalizzandole, purtroppo riconosco che è un concetto molto snob, ma una certa esclusività, rende tutto molto più affascinante, quando lo si disperde concedendolo anche a chi forse non sa neanche apprezzarlo, ma lo consuma e basta, finisce per morire. Poi le foto, lo scatto indiscriminato, la legge del digitale è terribile, duemila foto al secondo per delle cagate immani e senza originalità, tanto non costano niente e si può anche sbagliare, la eredità dell'attenzione e della concentrazione per la foto, per me ha ucciso la fotografia banalizzandola...almeno quella turistica.
Non so per gli altri, ma per me è un concetto adeguato.
Poi di corsa in albergo per un breve ristoro, siamo stanchi, almeno io ho sulle gambe giornate di camminate interminabili e km di salite e discese, un pochino di relax e poi usciamo per un giretto in centro, Market Street e dei centri commerciali da vertigine, Nordstrom e Bloomingdale's, poi rientriamo in attesa della cena con Sasha Fera-Schanes ed il suo ragazzo, nuovi amici americani, questa volta al ristorante francese vicino al Triton.
Almeno ha il pregio di essere vicino.

A cena ci sono ospiti: la nostra amica Sasha con il ragazzo Paul, Valerio, un ragazzo che sta facendo un corso in Pixar amico di Francesco, Jason Felix con la moglie, causa ritardi ed il fatto che è anche sabato sera ed i sabati sera sono uguali in tutto il mondo, e cioè la gente va a magna' tutta insieme e non si sono trovati spazi disponibili per una brigata di 11  persone, si cena al "Cafè de la Presse" un ristorante francese adiacente all'albergo.
La cena a base di carne, un Boef à la Bourguignon niente male che ha accontentato chi lo ha scelto, è stata simpatica e vivace, seppur la compagnia era stata smistata in due tavoli diversi, causa l'affollamento generale. La conversazione è stata perfino decente, e se la scala di valori è così bassa è solo perché il nostro inglese non è all'altezza di tenere conversazioni articolate (a parte Federica e Francesco) che si distingueva al tavolo, ma c'è la siamo cavata più per merito della generosità degli interlocutori che per nostre capacità, poi Sasha è una ragazza davvero simpatica e disponibile e sempre con il sorriso sulle labbra.
E adesso a nanna, domani si parte per la città del vizio, il lavoro dovrebbe essere alle spalle e dovremmo dedicarci soltanto a spassarcela...credete che avremmo problemi?

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