topolino

22 gennaio 2014

Nara, Nikko ed il vecchio Giappone (3a ed ultima parte)

Sbarchiamo nel nuovo anno, forti di una benedizione scintoista e consapevoli di essere ambasciatori (sic), di una nuova fratellanza tra religioni...ma non sarà un po' troppo?

Però, pensare in grande, a volte...
Si continua.

1 Gennaio 2014

Non abbiamo dormito molto, anche se alla fine dei conti ogni sera andiamo a letto oltre le due, gli altri perché con il wi-fi attivo parlano a casa con Skype, io oltre che a quello (non ho mai parlato così tanto con i miei figli come attraverso questo video, forse mi conviene usarlo anche a casa, io dallo studio e loro dalle camerette), scrivo anche queste righe.
La mattina abbiamo un programma ambizioso, un paio di templi nella giornata di maggiore movimento dei kyotesi.
Prendiamo l'autobus perché le distanze sono notevoli e Kyoto risulta ben più grande di quanto sembrasse, ed inoltre non abbiamo Meiko che ci fa da guida indicandoci scorciatoie, lei oggi è impegnata a presentare il suo fidanzato italiano ai suoi, avrà il suo bel da fare.
Sull'autobus un signore vedendoci armeggiare con i biglietti (qui pagano tutti, perché chi scende è obbligato a pagare il biglietto o strisciare l'eventuale abbonamento nell'apposita macchinetta adiacente al conducente, che non apre la salita se prima chi deve scendere non ha espletato le relative incombenze, semplice no?) arriviamo al tempio di cui non ricordo il nome, abbiamo sbagliato strada e questo non è uno dei più importanti, e già qui la quantità di gente è notevole, facciamo alcune foto ma non decidiamo di entrare, la fila per la rituale preghiera non ci interessa molto, il tempio è bello ma come gli altri ha le stesse caratteristiche architettoniche, la cosa più interessante era il portale in legno più grande del Giappone situato a circa trecento metri dall'ingresso.



Il grande arco in legno di Kyoto, il portale più grande del Giappone.


I corvi comunque ci seguono, ho perfino il dubbio che siamo agenti segreti del governo incaricati di seguirci a vista o forse sono dei droni tecnologici camuffati da pennuti, fatto sta che il loro CROACK! CROACK! risulta inquietante.
La cosa interessante, ma di culturale c'entra ben poco, era la serie di bancarelle che costeggiavano il viale tra porta ed ingresso, con decine di postazioni che offrivano le più svariate leccornie per cui, vuoi per l'orario, vuoi perché la sera tutto sommato non c'eravamo strafogati, poiché nella bancarella in cui io è Carlo abbiamo visto un calamaro infilzato da uno spiedino essere dopo essere stato rosolato e tuffato nella soia, essere anche cosparso di sesamo e spezie, ci siamo guardati ed abbiamo convenuto che sarebbe stato nostro, e così è stato.


Io e Carlo che pranziamo, ma che dico, in realtà era un vero e proprio "brunch"...questa sarebbe stata la "seconda portata", una specie di frittatone che, vista la dimensione, ci siamo dovuti dividere.


Non è bastato, a quello successivo dove una specie di frittata con prosciutto ed altre verdure era anch'essa cotta sulla piastra, pur dividendola ce ne siamo ordinati una ed abbiamo così sopperito anche al rito del pasto con buona pace per la curiosità gastronomica. Non vorrei dirlo per pudore, ma dopo ci siamo fatti anche due tortini a base di fagioli rossi dolci, un ripieno che viene comunemente usato nella pasticceria locale, e che a me ricorda la farina dolce dei castagnacci.
Che dire, con la cucina popolare di Kyoto, le quotazioni della gastronomia giapponese negli ultimi giorni è cresciuta in gran considerazione.
Altra corsa con un autobus e poi al museo dei mille Buddah il Sanjusangen-do, nella bellissima struttura sono ospitati mille statue del Buddha schierati in un enorme padiglione in legno lungo oltre duecento metri, si dice che se si riesce a trovarne uno somigliante a noi stessi, sarà di ottimo auspicio per il futuro, tuttavia le differenze tra loro, per quanto ci fossero, a me sembravano minime. 



Il giardino nel parco adiacente al museo Sanjusangen-do.



Una vista del salone dei mille Buddah, in una foto presa dal web.

I Buddah sono disposti in dieci file da cento e sorvegliati da statue di cavalieri e demoni bellissimi nelle loro posizioni particolari e con le loro caratteristiche sottolineate da oggetti allegorici, l'altra parte del museo ospita plastici del tempio, dipinti e tessuti, armi e vasellame della dinastia dell'imperatore. Peccato non poter fare delle foto, ma all'interno era proibito.

All'uscita ci siamo diretti verso il tempio d'oro Kinkaku-ji, per cui abbiamo ripreso di nuovo l'autobus per ottimizzare la spesa del biglietto giornaliero e per risparmiare le suole delle nostre scarpe (nonché le nostre povere gambe che in questi giorni non hanno abbiamo certo risparmiato) anche qui siamo stati accolti da una folla che stava andando nella stessa direzione poi, entrati nello splendido giardino, dopo un percorso in un parco alberato ed ornato da piante curatissime che come letto invece di erba qualsiasi aveva del muschio e sembrava disposta ad arte da mani esperte, siamo arrivati in prossimità di un laghetto che ospita il tempio interamente ricoperto di sfoglie d'oro, che si riflette splendidamente sullo specchio d'acqua che guarnisce la costruzione, in uno splendido colpo d'occhio.





Alcuni scorci del "tempio d'oro" (la sua superficie è effettivamente placcata d'oro)  di Kinkaku-ji.

La cosa curiosa è che a giornata non si era presentata neanche come bellissima anzi, aveva anche fatto qualche goccia di pioggia che ci aveva impensierito, ma al nostro arrivo, come fosse deciso da qualcosa di superiore, le nuvole si sono aperte facendo filtrare quei raggi di sole che ci hanno consentito di vedere il parco ed il tempio nelle sue migliori vesti (non abbiamo sentito cantare gli angeli, ma poco c'è mancato...), e cioè baciato dal sole, salvo poi richiudersi appena usciti dal parco stesso, non è strano questo?
Per un attimo mi sono sentito Mosè, poi però ho intuito anche una possibile spiegazione che è stata suggerita da una motivazione mistico-religiosa, la sera precedente infatti, all'entrata e perfino all'uscita dal tempio scintoista, avevo battuto la testa ben due volte su travi portanti della struttura, niente di che, ma appena Meiko l'ha saputo ha affermato che era buon segno, avevo battuto la testa, è vero, ma l'avevo battuta nel legno sacro di un tempio, non restava che attendere quali eventi propizi ciò avrebbe portato: e che il primo fosse questo?

Siamo rientrati con il pullman, sosta ad uno Starbucks per un rifocillamento occidentale veloce (io e Carlo ci siamo peritati a chiedere qualcosa in più di un cappuccino ed un donuts), ed abbiamo deciso che la catena americana potrebbe essere promossa, per il prossimo tour, a nostro sponsor...una capatina al giorno, come minimo, è di routine, quasi temessimo di perdere dei sapori dai connotati occidentali.
Ah, a proposito, una curiosità, vi annuncio che noi facciamo lo stesso effetto che gli orientali fanno a noi: e cioè li incuriosiamo (vuoi vedere che è per l'incarnato e gli occhi buffi che ci ritroviamo?). 
In ogni momento, adulti o bambini ci guardano con interesse, sorridono (ma questa è una gentile costante) e talvolta ci chiedono da dove proveniamo con il loro stentato inglese, in effetti gli occidentali ci sono ma non sono numerosissimi, ed anche tra noi, quando ci incontriamo, ci osserviamo con un'insistenza reciproca che induce ad una specie di silenzioso riconoscimento, una tacita intesa anche tra paesi diversi, come fossimo alla ricerca di una solidarietà di razza.



Una via centrale della Kyoto by night.

È stata una bella giornata, ricca di cose da vedere e di sgambate effettuate, è stato così ogni giorno ed adesso cominciamo ad accusare la stanchezza.
Vi risparmierò così i nostri passi successivi, la scelta del ristorante e menù, rituale che viene compiuto ogni volta che non siamo cooptati da altri impegni, il menù da scegliere e gli eventuali commenti sui cibi, anche se come anticipato, la cucina popolare di Kyoto ci è piaciuta molto.
Ci siamo anche abituati al verso del chiurlo, eh sì questo paese è il paradiso degli uccelli evidentemente, perché oltre ad un fitto brulicare di corvi, c'è anche il segnale acustico che ad ogni passaggio pedonale scandisce il tempo della durata del verde (per i sordi), che ha il suono di quel simpatico uccello per cui, tra piccioni e colombi in ordine sparso, corvi che controllano i pedoni come fossero guardie del KGB e chiurli che cantano ad ogni piè' sospinto, qui sembra di stare in una voliera o nel bel mezzo di una jungla...di cemento, sicuramente.




L'avveniristica quanto debordante ed eccessiva stazione centrale di Kyoto, quint'essenza del modernismo giapponese e del suo gigantismo tecnologico.

Comunque, domani ci alziamo presto, lasciamo Kyoto per tornare in direzione della capitale e dirigersi verso Nikko, dove pernotteremo.

2 Dicembre

Stamani partenza per Tokyo, siamo esperti e senza problemi ci troviamo in largo anticipo sul binario per lo Shinkanzen che parte a ben tre minuti da quello partito  precedentemente, entrambi vanno nella stessa direzione e verso la stessa destinazione, più che treni hanno la frequenza delle nostre metropolitane.



Una bellissima foto (presa tra le molte dell'amico Masatoki Minami) dei treni Shinkanzen ...in parata.

I marciapiedi di accesso sono recintati e presentano dei varchi solo in corrispondenza delle porte che si aprono automaticamente, il personale è numeroso ed attento ed io, che mi sporgo per fotografare l'arrivo del treno (che ha un fantastico muso che ricorda quello di una murena aerodinamica) sono prontamente richiamato con un fischietto da un sorvegliante (c'è ne sono due in testa ed in coda per ogni lato di binario), dopo circa una ventina di minuti passa il controllore che oblitera i biglietti e segna le prenotazioni su un taccuino, qui tutti pagano e nessuno fa lo gnorri.

Da qui nasce spontanea una riflessione ineludibile: ed è come sia assurdo il modo di concepire la gestione dei mezzi di trasporto tra il nostro paese e questo: da noi si elimina il personale viaggiante, i controllori, i gestori dei mezzi e ci lamentiamo dei viaggiatori che spesso non pagano il biglietto (e questo vale anche sopratutto per gli autobus urbani) e delle enormi perdite accumulate dalle aziende municipalizzate/private che dovrebbero essere preposte alla gestione, da qui l'equazione che apparentemente sembrerebbe semplice, meno personale uguale meno costi, ma anche minori entrate e perdite sicure con l'inevitabile peggioramento del servizio, maggiore personale invece garantisce introiti sicuri ed un sostanziale miglioramento del servizio oltre offrire maggiori posti di lavoro.
Per cui mentre in un paese dove la coscienza sociale, il senso del dovere e l'attenzione alle regole, ci sono dei controlli rigorosi che probabilmente, visto la costituzione della popolazione, potrebbero essere più labili, da noi invece dove le sopracitate caratteristiche non solo sono optionals ma spesso sono inesistenti e quindi tali attenzioni sarebbero auspicabili, tutti questi controlli, non ci sono.
Qualcosa mi sfugge.
Probabilmente se ne evince che le due cose sono strettamente collegate tra loro, il così detto cane che si morde la coda in un cortocircuito continuo di considerazioni che sono solo frutto di speculazioni ognuna debitrice di mille cause storiche, sociali e politiche. Le solite cose, insomma.

Ma torniamo a noi ed il nostro treno, i vagoni sono rigorosamente riservati, non c'è posto per persone in piedi ed è forse questo il motivo della frequenza dei treni, o si viaggia seduti o si prende un altro convoglio (praticamente come da noi), per cui ognuno ha la sua bella seduta con ampio spazio di fronte a sé e sedili reclinabili, ben più comodi di quelli aerei, insomma, è un bel viaggiare!



Il monte Fuji, preso al "volo" dopo una smitragliata di scatti effettuati dalla comitiva italiana in transito sulle pianure giapponesi, e poi si criticano loro perché hanno la macchina fotografica pronta allo scatto.


Tra una controllatina all'IPad ed un sonnellino il tempo passa tranquillo, abbiamo un sussulto quando arriviamo in vista del monte Fuji, illuminato da un bel sole e tutti ci gettiamo con macchine fotografiche, IPhone e cellulari a scattare decine di foto (e poi prendiamo per il culo i giapponesi quando vengono da noi... alternanze di considerazioni e ribaltamenti di ruoli), comunque tra pali, capannoni industriali e tralicci dell'alta tensione, tra la quindicina di scatti fatti (potenza e comodità del digitale) ne capitano due o tre decenti....siamo contenti, ci accontentiamo di poco, in fondo.
Arriviamo a Tokyo illuminati da uno splendido sole, non possiamo certo dire che il tempo non sia stato generoso con noi, appena scesi ci dirigiamo verso altri treni, oggi andiamo a Nikko.

Ma il viaggio non è ancora terminato, ci attendono infatti ancora due ore di Japan Rail per arrivare nella cittadina, il treno è meno comodo del precedente, mangiamo un boccone e ci lasciamo cullare dalla velocità del mezzo, tra un abbiocco ed una testa ciondolante dal sonno, riscaldati dai soliti sedili che ci infiammano le chiappe ed il sole che, splendente, illumina un paesaggio sempre uguale a sé stesso, case capannoni, strade, cavalcavia, stazioni, palazzi, impianti industriali, nessuna collina o altura a variare il panorama, una incessante ripetizione di un paesaggio clone di sé stesso.
L'imminente arrivo è annunciato da qualche piccola collina che comincia a farsi vedere, il cambio della vegetazione e l'apparire di piante d'alto fusto miste a macchie di bambù e qualche cima innevata all'orizzonte.
L'arrivo a Nikko è annunciato come una liberazione, metà giornata se n'è andata tra uno spostamento e l'altro, la cittadina ricorda le località montane americane, la stazione invece, non so perché, alcune scene del "Dottor Zivago", per il resto c'è qualcosa anche di europeo ma le dimensioni e le caratteristiche architettoniche ne connotano la "giapponesità", l'albergo, moderno e molto confortevole fortunatamente è di fronte alla stazione, questo ci permette di lasciare velocemente i bagagli nelle nostre camere, molto carine, il che accontenta tutti, specialmente Carlo e Francesco che nell'ultimo albergo avevano diviso una camera doppia costituita però da un letto ad una piazza e mezzo, con combattimenti all'ultimo sangue ogni sera per garantirsi spazi vitali, mentre qui dispongono di due comodi lettini. A me, ahimè! il più vecchio del gruppo, hanno riservato sempre un trattamento perfino troppo privilegiato, a parte i primi giorni del Century, ho sempre avuto una singola da godermi tutto solo, anche se confesso che un po' di sano casino non l'avrei disdegnato, ma non mi lamenterò di certo.





Alcuni scorci di Nikko la sera in cui siamo arrivati, in alto la sua stazione ferroviaria.

Nonostante l'aria frizzante resa ancora più pungente dal un venticello malizioso ed il calare della sera, dopo avere attraversato praticamente l'intera cittadina, ci siamo diretti verso i templi nel bosco, dove abbiamo avuto un assaggio di quello che vedremo domani mattina di buon ora, come abbiamo convenuto visto l'ora tarda.
I templi affogati dagli alti abeti sono davvero suggestivi, ed i forti colori con i quali sono dipinti li rendono davvero molto belli. 
Domani vedremo.
Anche qui un parterre con un ricco assortimento di bancarelle che vendono ogni cosa commestibile di queste parti, patate dolci fritte, palle di polpo, spaghetti, calamari, e altri tipi di crêpes alla piastra, insomma, tutte cose che, se non avessimo la pancia piena e non fossimo in un orario balordo, proverei di gusto.
Rientriamo in albergo non prima di avere dato un'occhiata all'offerta della ristorazione locale, oramai abbiamo fatto un certo occhio a quello che ci offre il convento, ed abbiamo inquadrato un ristorantino che fa al caso nostro, poi salita in albergo per una salutare doccia calda e poi pronti per la cena.

3 Gennaio

L'ultimo giorno completo in terra nipponica nasce all'insegna di un risveglio precoce, per sfruttare l'anticipo sugli altri visitatori in visita ai templi nella foresta e per essere pronti per il rientro a Tokyo.
Fa un freddo boia, le strade sono deserte e non c'è anima in giro, i negozi sono chiusi e non esiste un caffè un bar aperto per fare una colazione decente, decidiamo di entrare nell'unico esercizio aperto al pubblico: un supermercato.
Decidiamo ognuno di scegliersi una colazione che faccia a caso suo, chi opta per delle ciambelle commestibili, chi come me azzarda una specie di crepe alla cioccolata, o come Francesco che preferisce un onighiri, il caffè (o meglio definibile un qualcosa di liquido dal colore scuro) un beverone alto come una bibita e prodotto da una macchinetta che del caffè non conosceva neanche la struttura organica, ma ci siamo accontentati di qualcosa di caldo che lubrificasse gli organi interni.





La bellezza austera dei templi di Nikko immersi nella foresta.

I templi sono molto belli, architettonicamente identici agli altri, le forme e le strutture sono quelle, cambiano colori e disposizioni e, come in questo caso, l'ambientazione, alcune curiosità sono le sculture delle tre scimmiette (nasce da qui la leggenda dei tre scimpanzé che non parlano, non vedono e non sentono), o il gatto dormiente, bassorilievi in legno che fanno parte delle decorazioni interne, poi per il resto lo spettacolo è bello ma le forme sono quelle.
La luce del sole, anche oggi il tempo è bellissimo, freddo pungente ma aria tersa e pulita, e i raggi del sole disegnano delle magnifiche sagome e la lucentezza delle decorazioni in oro di alcuni templi rende il paesaggio davvero suggestivo.
Io e Francesco vediamo quasi tutti i templi Rinnoji e Futurasan (un paio sono in restauro), non so se per via di un particolare microclima in quel punto preciso, ma in qui il freddo è tale che mi si gelano le dita delle mani, a terra c'è qualche raro spruzzo di neve che non avevo visto altrove, poi anch'io comincio ad essere stanco, la partenza si avvicina e la mente va altrove, non si ha più la stessa attenzione ed il panorama comincia a farsi quasi normale, e quando cominci a non sentirti più straniero, ma parte di un paesaggio, specialmente quando sei in "vacanza", forse è il momento di partire.
Nel primo pomeriggio andiamo alla stazione che, come ho già detto, ricorda anche alcuni film di Miyazaki, il viaggio di rientro è piuttosto lungo, cambiamo diversi treni, riprendiamo lo Shinkanzen, ma stavolta senza prenotazione (e per questo dobbiamo fare parte del viaggio stipati in un vagone apposito per chi non ha provveduto a fissare i proprio posto, è tutto perfetto, ma per gli ultimi arrivati o i più indolenti vale la legge dell'arrangiarsi anche qui), tra una sosta e l'altra fermi in attesa su un binario abbiamo assistito al transito di uno  Shinkanzen, la stazione aveva quattro binari, due dei quali centrali, e su uno di questi, a tutta velocità, è piombato il treno che in pochi secondi con un rumore assordante ed un onda d'urto paurosa è transitato a velocità altissima: uno spettacolo.
Arrivati a Tokyo abbiamo ripreso possesso del grosso dei bagagli lasciati al Tokyu Inn così come la nuova stanza, ci siamo divisi ognuno per gli ultimi acquisti, le ultime cose da fare, ci dirigiamo verso Harajuku ma qui il negozio è chiuso, allora ci spostiamo a Shibuya ma nel negozio dove dovevamo prendere le tastiere vintage che Francesco aveva acquistato, era chiuso per riaprire l'indomani, in un ora per noi impossibile da raggiungere, dovrà arrangiarsi per la spedizione diversamente.





In alto il traffico pedonale di Harakuju, in basso due vedute di Shibuya in corrispondenza della stazione di Hachiko.

Non c'è tempo e decidiamo di perderci per le strade di questo incredibile quartiere commerciale, l'avevamo visto già un paio di volte di giorno ma oggi è l'imbrunire, le pubblicità ed i neon danno il meglio di sé e tutto acquista un valore magico, ci diverte attraversare l'incrocio della stazione Hachiko (quella del cane) e perderci tra le centinaia di persone che la attraversano contemporaneamente, come dei bambini andiamo su e giù più volte come le fotocamere in modalità telecamera per riprendere la folla e riprenderci mentre attraversiamo queste moltitudini di persone che corrono non si sa bene dove. Ci scopriamo a giocare riprendendoci come stupidi con la gente che guardandoci penserà tra se e se quanto gli italiani siano sempre gli stessi...hanno ragione, non cambiamo mai.
Su un marciapiede scopriamo una coppia che si riprende nello stesso modo in cui lo facevamo noi, e cioè ritraendoci mentre carrellavamo a 360 gradi e inseguendo la macchina fotografica, loro ci guardano e ci fanno -L'abbiamo copiato da voi!-, capirai la soddisfazione.
Erano italiani pure loro.

In albergo facciamo le prove per la partenza, ovvero cominciamo a preoccuparci dei bagagli da portare, se sono sufficienti le borse e se con una maggiorazione del bagaglio a mano riusciamo a portare via tutto quello che abbiamo comprato o che ci è stato regalato. C'è chi si è comprato una borsa in più, chi gliel'hanno fregata all'aeroporto e non ha questi problemi (ma ne ha altri), chi è partito con borse troppo piccole per una vacanza invernale ed adesso dovrà distribuire roba qua è là o trovare una soluzione alternativa, chi come me aveva una bella valigia neanche tutta piena ma che, riempiendosi, adesso potrebbe avere problemi di peso.
Controlleranno all'aeroporto?
Saranno fiscali?
Le operazioni volgono a termine con un velato ottimismo e sana rassegnazione, decidiamo che vedremo il da farsi l'indomani quando davvero saranno tutte stipate in ogni loro millimetro cubo.



Uno dei tanti momenti che abbiamo trascorso in treno, qui parlotto con il Maestro Kotabe, che gentilmente amava accompagnarci.

Alle 18,30 abbiamo un appuntamento con Takashi, Kotabe e Kaneko ed altri, era nelle previsioni e nell'organizzazione del giro, l'ultima cena prima della partenza l'avrebbero offerta loro in un ristorante di sushi.
Cambiamo quartiere, ed essendo guidato da altri mi perdo in chiacchiere e non ricordo dove andiamo, così come anche il nome del ristorante, è piccolo e di quelli con il bancone adiacente al cuoco che prepara le vivande, in più ci sono tre o quattro tavolini, l'ambiente è intimo e tranquillo, tra i convenevoli e alcuni scambi di regali (ne abbiamo ricevuti moltissimi, sia privati che cumulativi) ci perdiamo ad osservare il cuoco che con maestria taglia il pesce fresco e appallottola i bocconcini di riso. È un buon ristorante, il buon sushi è caro e non tutti i giapponesi possono permetterselo, almeno non troppo spesso, perché quello buono è fatto di pesce fresco di giornata e preparato in modo sapiente, non ci sono così tapies-roulant che trasportano piattini di varia foggia e colore, ma ogni piatto va ordinato con precisione.






In alto l'entrata del ristorante i sushi, qui immortalati con i gentili signori Honda, la cui disponibilità  ci ha permesso di conoscere alcune peculiarità del ristorante.


Il gruppo facente parte l'ultima cena al ristorante di sushi...per fortuna siamo solo in undici, altrimenti ci saremmo dovuti guardare le spalle.

Noi ci lasciamo consigliare da Asuka, che ci accompagna di nuovo, è gentile e carina e sempre molto disponibile, e ci faremo portare una varietà di portate in modo di poter assaggiare di tutto, direi proprio quello che ci aspettavamo, la scelta ecumenica di quando non sai bene come orientarti.
La cena è davvero ottima e bagnata periodicamente con il sakè, il sushi portato è all'altezza della sua fama, ogni boccone un sapore particolare e definito, in molti di questi si sente l'ombra del wasabi ma in dosi sempre misurate (altrimenti ucciderebbe il sapore del pesce e noi), Francesco ha vicino un'anziana coppia di giapponesi molto distinti, i signori Honda, con cui fraternizza, ci presentiamo e questi ci fanno assaggiare il sakè caldo e un sushi fatto di anguilla fresca: una meraviglia.
La cena scorre simpaticamente verso la fine, il tempo delle ultime nguilla, che noi gentilmente ci gustiamo (stamo sempre a magna?) la foto finale, poi gli amici ci riaccompagnano direttamente all'albergo, ci accudiscono come piccini e ci trattano da re, migliore ospitalità non avremmo potuto ricevere.
La giornata seguente sarà dura, tra spostamenti e le 12 ore di aereo che ci attendono metteranno a dura prova la nostra resistenza.
Andiamo a letto.

4 Gennaio

La vacanza sta finendo anzi, in pratica è già finita, almeno mentalmente siamo già sulla strada del ritorno e l'unico pensiero è quello di arrivare prima possibile in Italia.
Ci vengono a prendere Kotabe e Namiki, gli orari sono stretti e temono che perdiamo tempo nell'orientamento sulle tratte dei treni che devono portarci a destinazione, anche tenendo conto che abbiamo una prenotazione sul Narita Express che non possiamo perdere. C'è l'avremmo fatta lo stesso, sappiamo orientarci, ma apprezziamo lo stesso le loro innumerevoli attenzioni, sono carini come sempre.
Noi per contro, abbiamo un carico che sembriamo la carovana dell'alleluja, abbiamo smistato i vari regali, acquisti, libri tra tutti e siamo ben più carichi dell'arrivo, non abbiamo mani libere e qualcuno teme che i pesi delle relative borse non siano in regola con quelli della compagnia aerea, ma siamo fiduciosi, non possiamo fare altro.



Uno dei non molti libri acquistati, ma sicuramente il più bello: Kaba Due di Otomo Katsuhiro, il papà di Akira, e uno dei  massimi esponenti del manga giapponese. 

Ci muoviamo.
Diamo un'ultima occhiata ai grattacieli ed alle insegne che ci hanno accompagnato in questi ultimi giorni, ai chiurli che fischiavano ad ogni verde di passaggio pedonale, alle insegne che ci hanno tempestato il panorama con i loro colori, con le file regolari e precise che hanno segnato ogni nostro spostamento, con la moltitudine di gente che circola nel labirinto dei passaggi tra un treno ed una metropolitana, salutiamo Tokyo ed il Giappone.

Sul binario del Narita Express le ultime foto e gli ultimi saluti, ci è venuto a salutare indossando il suo abituale kimono anche Masatoki Minami, l'animatore trasformato in fotografo che in molte occasioni è stato con noi, felice di averci conosciuto, di salutarci e fare le ultime foto.
Partiamo: l'aeroporto è a 200 km di distanza dalla capitale, ne abbiamo per un'oretta abbondante.
Al check-in dobbiamo fare una fila consistente, ci siamo abituati per carità, e non ci impensierisce per niente, ma non riesco comunque a capire perché su sette sportelli aperti, tre sono dedicati a Sky Priority, quando gli utenti di questa opzione saranno appena il 5% di tutti i passeggeri e gli altri devono invece aspettare esageratamente, per carità, sono solo elucubrazioni da attesa ma che anticipano l'arrivo delle microtensioni da stress che avevamo lasciato a casa e che, all'avvicinarsi del rientro, fanno capolino avvisandoci che ci stanno aspettando.
Prendiamo posto tutti molto vicini, le posizioni comfort sono di fronte a noi è sono libere, lo steward, un simpatico romano (ma su Alitalia non ne ho mai trovato uno che non fosse dell'area capitolina), ci fa accomodare davanti, tutti e cinque così rimaniamo molto vicini, non che serva a molto perché il viaggio ci proietta ognuno nella propria solitudine, forse desiderio di rientro, forse stanchezza, fatto sta che le chiacchiere sono rare e le dormite frequenti ... almeno per molti. 
Non per me, che stranamente non riesco a prendere sonno, neanche coprendomi come un puttino e sedendomi nella posizione più comoda possibile, niente da fare, l'orario e non so che altro mi tiene sveglio.
Mi sciroppo così ben quattro film, nell'ordine: Il grande Gatsby, I maghi della truffa, Benvenuto presidente e Trauma, ma neanche su uno di loro mi si chiudono gli occhi aiutandomi in un sonnellino, mi faccio così l'intero viaggio ad occhi aperti.

Ho modo di riflettere su molte cose: sul mondo, la caducità della vita, l'inconsistenza della felicità, il sesso degli angeli, l'ebrezza dell'amore, il pensiero di Kant, il senso del tempo ... poi, sulla rotta di rientro, prima a Nord verso la penisola della Kamtchiatka, dove ancora illuminato dal sole e visibile nonostante gli oltre 8000 metri di altitudine, si vedono fiumi, boschi montagne e neve in un paesaggio desolato che incute tanta tristezza quanto sgomento, e poi sempre più a Nord fino a lambire il circolo polare artico, fuori c'è una temperatura di -63 gradi C, fa freschino, altro che inconsistenza della felicità.
Dalle schermate informative che il sistema operativo dell'aereo ci propone, si vede il cono d'ombra all'interno del quale voliamo, al nostro ovest c'è ancora il sole del 4 Gennaio, mentre abbiamo lasciato il Giappone già all'interno del nuovo giorno.
Quando cominciamo a scendere verso Sud e sorvoliamo la Lapponia, si incomincia a vedere la luce all'orizzonte, ma non è l'alba, bensì il tramonto che stiamo inseguendo, sembra incredibile ma stiamo inseguendo il tempo in una corsa che non vinceremo mai.
Fa pensare ... ma poi mi accorgo che è un argomento già trattato dalle mie profonde elucubrazioni, e soprassiedo.
Atterriamo in orario, sono le 19,00 e spiccioli.



I cinque intrepidi protagonisti dell'avventura in terra giapponese, di fronte ad uno splendido assortimento di sushi....quale, se non questa in cui siamo ritratti di fronte ad il tipico piatto giapponese, sarebbe stata la migliore foto per congedarsi da questa bellissima esperienza?

Le borse ci sono tutte e non abbiamo problemi, insieme a noi, al rientro dalle ferie, molti italiani provenienti da varie parti, lo si percepisce dal loro abbigliamento e spesso dall'abbronzatura che ostentano con malcelata soddisfazione, glielo si legge in faccia il desiderio di sfoggiarla i giorni successivi, al rientro in ufficio, nei confronti dei colleghi rimasti a casa.
Devo essere sincero, non so perché ma molte di quelle facce non mi stanno simpatiche, hanno una supponenza che mi indispone, mi sembra di notare una superiorità che vuole essere manifestata ad ogni costo, come se si sentissero dei privilegiati (e lo sono davvero), e questa consapevolezza la volessero far pesare agli altri.
Mi sento quasi pronto alla lotta di classe, se non fosse che anch'io, pur non avendo abbronzatura, sono tra questi e potrei fare lo stesso effetto, e quindi non è il caso, meglio stare calmini, forse stiamo sulle palle pure noi.

Andiamo all'autonoleggio a prendere il Van che abbiamo prenotato, è comodo e ci stiamo tutti, bagagli inclusi, partiamo in direzione Toscana.
Do il cambio a Francesco poco dopo Civitavecchia, l'accordo comune è che tra tutti faremo a turno per supportare alla guida il conducente, la paura è che si addormenti per la stanchezza accumulata durante il volo, siamo d'accordo all'unisono, compatti come moschettieri, ed infatti poco dopo ... dormono tutti.
Ogni tanto, quando qualcuno apre gli occhi in uno sporadico quanto isolato barlume di lucidità si sente un fioco:-Tutto ok, Stefano?- e dopo poco di rimettono a ronfare impunemente. Io, lo confesso, sono stanco e qualche volta ho dei momenti critici, ma riesco a tenere fino alla prima tappa, a Cecina dove vengo scaricato.
I miei compari hanno ancora almeno un'ora di viaggio, che sarà ben maggiore visto il tempo da lupi che successivamente hanno trovato e le soste che hanno dovuto fare ... ma questa sarà una storia che racconteranno loro.







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