topolino

9 ottobre 2012

Trenta e non sentirli (2a e ultima parte)

Riprendiamo la nostra storia.

Dopo l'avventura insieme di Adamo, casualità volle che entrambi, io e Toninelli, ci trovassimo a Milano a metà degli anni '80 (quella "da bere" per intendersi), e cioè il periodo degli yuppies, degli stilisti con le loro griffes, dei paninari, nel momento topico della scalata craxiana al potere, quella del primo mangia-mangia, che oggi è meglio definita come "prima repubblica" (giusto per stare al passo con l'attualità), quella dove il sindaco era il cognato, in comune c'era il figlio, ed il compare furbo aveva inaugurato da poco tempo la televisione commerciale e compagnia cantando.... non è cambiato niente, credetemi.

Ad unirsi al gruppo fondatore arrivò anche un amico di altre merende, il livornese Paolo di Pietrantonio, che con Marcello aveva condiviso già un'avventura, non proprio brillante, nell'animazione.

Comunque sia, con Marcello e Paolo, condividevamo molte cose, contestavamo quello che veniva fatto e volevamo promuovere la nostra visione del "fumetto", un nostro chiodo fisso era la voglia di realizzare un magazine (ricordo che quella era la stagione dei mensili d'autore) che avesse uno spirito avventuroso (oggi diremo bonelliano, all'epoca sarebbe stato prematuro, ma l'idea era quella) e che quindi riuscisse a far convivere la popolarità con l'autorialità (perdonate il termine), progetto ambizioso ma noi non abbiamo mai messo limiti al nostro entusiasmo e alla nostra sfrontatezza.
E ci provammo.
L'avventura, come tutte, naque sotto la stella del volemose bene, ci lasciammo consigliare da Motta, un disegnatore Disney che conoscevamo (e al quale attribuimmo un'esperienza che invece non aveva), lo stampatore era l'amico di tizio, per inserire anche caio e sempronio per completare la banda, la solita tiritera da neofiti.

Nacque così P.d'A. (Prova d'Autore), con una copertina verde ramarro (in cartoncino bindellato, duro come una confezione d'Aspirina) che colpiva in un occhio come fosse un pugno di Tyson, non era bellissimo al primo impatto, ma come si dice... ogni scarrafone ....




La prima versione di P.d'A. Prova d'Autore, ad essere sinceri non ci parve bellissima neanche al tempo, ma la ricerca del risparmio che ci indusse a rinunciare alla stampa in quadricromia, alla fine ce la fece apprezzare come fosse un bambino nato con qualche difetto, ma pur sempre il nostro.

La difficoltà, come sempre, era la distribuzione, non si sapeva come e a chi venderla .... inoltre, con un'accurata presa di coscienza collettiva, anche la copertina non ci apparve così appetibile come avremo voluto, perciò decidemmo di cambiarla e lasciammo a Paolo l'onere di realizzarne una che ci avrebbe lanciato nell'Olimpo del fumetto.
Inoltre, decidemmo che la nostra creatura sarebbe stata venduta per corrispondenza, come in quel periodo venivano venduti molti libri, e cioè con la formula del Club degli Editori.
Ma il problema era trovare le liste dei  destinatari...come facevamo a sapere se una famiglia aveva al suo interno un ragazzo/adulto a cui sarebbe potuta interessare la nostra pubblicazione?
Esistevano già indirizzari per le vendite postali, ma avevano un costo ... e si cadeva sempre sul solito tasto dolente.
Le idee facevano presto a sgonfiarsi, più o meno con la stessa velocità con cui si formavano.





La seconda versione, il segno raffinato e gradevole di Paolo era pari alla debolezza del suo messaggio, nel dubbio che non si capisse che si trattava di una rivista di fumetti invece che una di ikebana, decidemmo di inserire due vignette con degli inequivocabili balloons. Funzionò meglio.


Ma non ci perdemmo d'animo, a dimostrazione della nostra pervicace convinzione.
Ripartimmo e, alla fine, ci piegammo alla più convenzionale delle scelte: l'edicola.

La copertina del fatidico numero uno la realizzai io, il nome lo cambiammo in Gin Fizz, con l'accattivante sottotitolo "Cocktail di Fumetti classico con brio", eravamo al settimo cielo, pronto all'uscita, quando poche settimane prima uscendo di casa scorgemmo in edicola una rivista dallo stesso nostro titolo, proprio identico (aveva anche qualche fumetto ma più che altro donnine, dive e divette nude), la cosa aveva dell'incredibile....qualcuno ci aveva tradito! 
In un primo tempo pensammo che qualcuno ci avesse addirittura venduto, che ci fosse uh Giuda tra di noi? Non sembrava possibile.
E infatti abbandonammo il sospetto dello spionaggio editoriale con l'idea che in certi casi la casualità vuole che le idee siano nell'aria, e spesso ci sia qualcuno più fortunato o veloce di un altro a carpirle.
Cambiammo il nome della testata, ci scervellammo per concepire un cocktail che avesse qualcosa di originale tanto il nostro sottotitolo ci piaceva...poi convenimmo che i cocktails avevano nomi che gli dava i proprio inventore, così noi decidemmo di inventarci il nostro, ed optammo per un simpatico: Foxtrot!




La copertina di Foxtrot!, alla fine la nostra rivista raggiunse una definizione che ci accontentò e l'impostazione rimase quella fino all'ultimo numero. Qui rappresentati i protagonisti della serie "La Mummia Rossa", avventura post-atomica realizzata da me e scritta da Toninelli.



Una pagina interna del fumetto la Mummia Rossa.

Facemmo un test su Milano, una distribuzione di circa duemila copie, all'epoca Milano rappresentava il 10% del valore del mercato nazionale, per cui per avere una previsione attendibile non ci sarebbe rimasto che moltiplicare il venduto della capitale lombarda per 10, per avere un'idea di quanto avremmo potuto vendere con una distribuzione  a tappeto.
Le vendite furono confortanti, mi pare si aggirassero sulle 800 copie, più o meno 8000 copie in Italia.
Non male.
Ma mancava il tappeto.




Questa è la cover del 5° ed ultimo numero, rappresentai una scena saliente della seconda serie che disegnavo sempre in coppia con Toninelli e dal titolo: "I Guanti Neri", un epico e originale fantasy quando di fantasy si conosceva praticamente poco più che Conan il Barbaro ed alcune creature di Esteban Maroto e, più tardi, di Segrelles.



Il primo episodio de "I Guanti Neri" apparve sul numero due della rivista, le due mie serie uscivano a cadenza alternata ma nella continuità delle uscite. 

Tuttavia questo non ci fermò, andammo avanti con una energia che soltanto la nostre età e il nostro entusiasmo potevano garantire e riuscimmo ad arrivare fino al numero cinque, migliorando di numero in numero la nostra pubblicazione.
Al di là di tutto ne eravamo fieri, ci costò dei soldi ma fu un'avventura memorabile, fatta di nottate insonni a tagliare ed incollare con la vietatissima colla Cow (rimovibile ma tossica), sporcandosi, imbrattandoci, ridendo e scherzando e divertendoci un mondo...poi avrebbero inventato Photoshop, ma noi non lo sapevamo, e il divertimento non sarebbe stato comunque lo stesso.

Nell'euforia di effimeri risultati, e sopratutto con la possibilità di dare sfogo e visibilità alle nostre idee, fummo folgorati sulla strada di Damasco da un'altra brillante idea: il fumetto in scatola!





La copertina di Fritto Misto, realizzata da Paolo di Pietrantonio che si rifece a varie confezioni di surgelati, e poi un collage (nel senso letterale del termine) fatto con i vari personaggi all'interno della rivista: Colofòn, Clinica Spennapolli, Tigrotti srl, Tosto Balleri, gli Hominidi, Superstrunz ed altri.


Realizzammo così anche: Fritto Misto -Pietanza umoristica a fumetti surgelata (i sottotitoli erano il nostro forte, non c'è che dire), una miscela umoristica che andava a pescare nell'attualità le idee che sarebbero state servite sul piatto di buongustai dell'umorismo e della satira, la confezione che imitava i più famosi cibi in scatola ci sembrava tanto rivoluzionaria che, probabilmente, neanche il pubblico la capì, e forse l'unica domanda che si pose fu "Cosa ci facesse in un edicola una confezione di surgelati?"
Di questo nostro progetto ancora ci è rimasto il dubbio che sia stato distribuito, tanto nessuno se lo rammenta.






Due pagine interne della rivista, sulla sinistra la parodia di un famoso profumo maschile di quel periodo (rigorosamente realizzato a mano), sulla destra: l'inizio di Tosto Balleri, una storiella di un investigatore sui generis che in quel caso si muoveva all'interno dell'ambiente della moda (Harpo & Cassius siamo sempre noi due). Da tenere presente, che al di là del fatto che il sottoscritto realizzasse queste storie di notte, perché di giorno lavorava in uno studio stilistico di moda (e quindi e ne conoscevo alcuni retroscena), era un periodo storico dove la moda aveva un interesse centrale sia nell'informazione che per lo stile di vita e l'economia.

Fu così che capimmo che i percorsi tortuosi della distribuzione non li conoscevamo affatto, e soprattutto il valore del venduto poteva essere abbastanza avvicinabile (ma non certo) se la distribuzione fosse stata capillare: edicola per edicola, e cioè avessimo stampato qualche decina di migliaia di copie (che è il problema ancora adesso insormontabile per le piccole case editrici) e noi non avevamo i soldi necessari.

Ci affidammo ad una distribuzione torinese che non ci aiutò nel nostro compito, e tra spese di rimanenze e sospetti che alcune copie neanche le distribuisse, fini per far arenare la nostra ambiziosa avventura.


Fummo a nostro modo, dei pionieri (non esistevano le fumetterie o librerie di genere, gli unici punti vendita erano le edicole), e molti di quelli che hanno avuto tra le mani i numeri di Foxtrot!, ancora se la ricordano con simpatia e ammirazione, era la nostra creatura e per molti di noi anche la prima vera uscita editoriale.

A parte il triunvirato che la fondò, ricordo volentieri Renzo Sciutto, caricaturista e salace ritrattista di divi in divisa, l'eclettico Manlio Truscia a cui era affidata la pagina perduta, dove imitava (spesso in modo indistinguibile) lo stile di altri disegnatori, Marco Bianchini, uno dei pochi professionisti (era entrato da poco in Bonelli) che prestò una sua storia scritta e disegnata di un capitano dell'esercito italiano di stanza nella Cina della rivolta dei Boxer, un giovane Luca Boschi con il suo Enciclopedia Gions parodia del famoso avventuriero del cinema, e poi Conchetto, Serra e molti altri.

In seguito alla chiusure della rivista, le nostre strade, almeno editorialmente parlando, si separarono, e le oramai famigerate Edizioni 50, si trasformarono così in Ned 50, (dove la N stava per Nuove), io preferii navigare in altri mari e lasciare ai miei amici e soci il timone di una nuova avventura, realizzare l'edizione di Fumo di China, rivista di critica sul fumetto fondata da Franco Spiritelli e che era stata editata fino a quel momento da Alessandro Editore.

Ma, come diceva Kipling, questa è un'altra storia...

































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