topolino

17 maggio 2016

Da Pechino alla Grande Muraglia -parte prima-


Ci siamo, di nuovo Oriente e di nuovo in rotta verso una delle più grandi civiltà planetarie, tra l'altro con un compito ed un'incombenza importante: insieme ad un ristretto stuolo di collegi internazionali, siamo stati invitati dalla municipalità di Pechino, per realizzare una serie di illustrazioni con tema la città, per offrire uno sguardo occidentale sui progressi del popolo cinese. Il tutto poi, sarà raccolto in un libro, non so bene in che forma, ma posso immaginare una sorta di "cahiers des voyages".
Vedremo.

Oggi è il 25 aprile, il giorno della Festa della Liberazione, una festa mai troppo festeggiata per l'importanza che ha, il ritorno alla libertà, alla democrazia, la sottrazione al giogo del fascismo e dei totalitarismi. A vedere dove siamo arrivati, c'è davvero da chiedersi se i sacrifici fatti da chi per questa libertà ci è morto, e che ha fatto tutto questo per regalarci diritti irrinunciabili, siano stati contraccambiati con gratitudine, a dire il vero non ne sono molto sicuro.
Di certo si sta meglio di allora, ma è pur vero che la memoria di quello che è stato, almeno per le nuove generazioni si può affermare che se non è stata perduta del tutto (nonostante gli sforzi per mantenerla viva), ci stiamo andando molto vicini.
Dei beni acquisiti, anche se a gran prezzo, col tempo inevitabilmente se ne perde la memoria, li diamo per scontati e non riusciamo a pensarli come priorità irrinunciabili, ci sono e pensiamo che siano immutabili e che resteranno per sempre a garanzia del nostro buon vivere. Ma non è così, e prego Dio che non ce ne dobbiamo mai accorgere e privarsene.
Ecco, ora dopo questo bel preludio all'ottimismo, passiamo a qualcosa di ben più faceto e gaio: il mio viaggio a Pechino, appunto.



L'attesa di otto ore prima del volo per Pechino, qui, dipinta tutta sul volto, quando una foto descrive più di mille parole...

Le previsioni del tempo avevano sancito un long weekend all'insegna del maltempo, previsioni in parte mantenute, dopo un sabato da diluvio, una domenica instabile con tratti di sole, ma per smentire tutti i colonnelli dell'aeronautica con immenso piacere da parte degli italiani che, soggiogati dai vari Bernacca, vedono con tradizione decennale questi figuri come gli attentatori alle loro vacanze, il lunedì si è svegliato con un sole lucente ed un cielo nitido, spazzato e pulito dalle piogge dei giorni precedenti e si sa, partire con il sole, anche se non è vero, sembra sempre di buon auspicio.
Il volo da Pisa per Roma però è alle 11,55, niente di strano per questo, è solo che quello per Pechino invece è la sera alle 20,55, in pratica mi devo sciroppare tutto il 25 Aprile a Fiumicino, a contare i passeggeri di tutti i voli internazionali del pomeriggio: un bel programmino.

All'arrivo riesco ad individuare subito qualche faccia nota, lo so, sembro un lettore di rotocalchi sensazionalistici e non è vero, ma non posso farci niente se ho una memoria fotografica e riconosco i volti anche se parzialmente camuffati, se la CIA o l'FBI fosse a conoscenza di questa mia caratteristica, probabilmente mi recluterebbe come riconoscitore ufficiale di terroristi. In questo giochino scemo, ma che mi viene naturale in modo imbarazzante, riconosco Lorenzo Marinelli (il fresco vincitore del David di Donatello come attore non protagonista per il film "Lo chiamavano Jeeg Robot), anche se nascosto sotto un berrettaccio di lana, e l'attore Fabrizio Gifuni, in fila per l'acquisto di un giornale,  mi fermo qui, perché io stesso sono imbarazzato da questo. Ma il viavai è piuttosto intenso e, dopo essermi fatto un panino, decido di mettermi a scrivere le prime righe di questo report mandarino, mi trovo un posto apparentemente tranquillo (un gate che non ha ancora un imbarco imminente), e cominciò a smanettare sul mio fido IPad.
Il pomeriggio passa così, ad osservare la gente che transita ognuna persa alla ricerca del proprio gate, con le valige, sorridente, perduta, assorta nei suoi percorsi e nelle loro destinazioni, e giocando un po' con l'Ipad ad una sorta di Subbuteo in miniatura che se non altro mi fa trascorrere il tempo velocemente.
Il Gate 11 è un satellite dell'aeroporto, un'isola distante dal corpo centrale della struttura primaria ed è raggiungibile con un pullman, se non ricordo male siamo partiti da qui anche per il Giappone.
Con quale criterio vengono selezionati i voli da qui, sinceramente non lo so, ma il posto di sicuro è questo, i cinesi sono moltissimi è già assiepati vicino al banco di partenza, in concomitanza ci sono anche voli per Shangai, guarda caso.
Le operazioni di imbarco sono veloci, anche se mi fermano per un controllo al passaporto io, unico tra i quattro o cinque elementi di pelle bianca del volo, chissà per quale motivo; ho il posto vicino al finestrino, accanto a me siede una paciosa e cicciotta cinesina dall'apparente miscellanea mongola, è cordiale e durante il volo, anche se non spiccica altro che parole in cinese, tenta di offrirmi anche vari generi di conforto, dolcetti e schifezze varie che, gentilmente rifiuto.
Partiamo.
Non c'è niente di strano da registrare, se non da segnalare gli afrori che in voli di lunga percorrenza e con molta gente stipata in poco spazio possono far scaturire, c'è da considerare che per l'olfatto è uno spazio di sperimentazione notevole.
Mangiamo un pasto fatto di spezzatino, purea e verdure e poi si abbassano le luci per la notte, è presto e decido di vedermi un film: il primo è "The hart of the sea" una rivisitazione del mito del Moby Dick di Melville, diretto da Ron Howard. La lingua italiana figurarsi se è inclusa tra le opzioni ed io, dovendo scegliere tra inglese, francese ed il cinese, opto per il francese, visto che credo sarà la lingua ufficiale del viaggio. Poi provo a dormire, e credo di riuscirci, almeno a sprazzi, ma è un continuo movimento alla ricerca di una posizione che non mi faccia dolere qualcosa, spostandomi alternativamente a destra e a sinistra, come sta accadendo adesso.
Dopo qualche ora, dopo avere deciso che oramai la dose di sogno doveva bastarmi per la giornata, mi metto a vedere un altro film, questa volta è un nuovo remake, quello del più famoso "Point  break" della Bigelow, questo è tutto improntato alla ricerca del punto di rottura nella frequentazione di sport estremi, quasi fosse sponsorizzato dalla Red Bull (e non sono sicuro che non sia così), non si tratta solo di surf, ma anche di skateboard estremo, volo con tuta planare, cross estremo, salto della cascata, pugilato a mani nude alla Fight Club insomma, una cosa normale e che non metta a rischio la vita è bandita come la lebbra.

MARTEDÌ 26

È alla fine del film che decido di rialzare l'oscurante che impediva di far filtrare la luce, che avrebbe rischiato di infastidire chi ancora voleva dormire, e invaso da un deserto color ocra senza limiti e senza soluzione di continuità, decido di vedere dove siamo, accendendo la mappa di navigazione. Scopro così che siamo sulla Mongolia, abbiamo superato Ulan Bator, la capitale, segnalata come passata da poco, ma sbirciando indietro non riesco a vederla, adesso sono solo sono centinaia e centinaia di chilometri nel nulla, attraversiamo un deserto che non da riferimenti, se non qualche sprazzo di neve in qua e in là, neanche in corrispondenza di quelle che dovrebbero essere alture. Si intravedono due strisce che corrono quasi parallele ma non si capisce bene se si tratta di oleodotti o strade, il panorama è desolante e desolato. 
Immaginarmi una cultura cresciuta con la visione del mondo soltanto in orizzontale, quasi monocromatico e monotematico, è davvero faticoso, abituati come noi, a vivere in un continente dove cambiamenti, culture e popoli si sono susseguiti alla guida, alla conquista e allo sviluppo dei propri paesi, ed è normale che a queste latitudini, e con queste distanze, oltre all'allenamento dei cavalli, delle pecore e non so che altro, non è possibile che abbia prodotto altro che delle yurte ed un condottiero come Gengis Khan, che rottosi i coglioni di tanta monotonia, ha deciso di conquistare il mondo per vedere se al di là di quelle lande desolate, c'era effettivamente qualcosa per cui valeva la pena vivere, oltre che contare mogli e cavalli.
Dopo una mezz'oretta di niente, viene segnalata una Sain Chand, sbirciamo dall'oblò, e riscontriamo un agglomerato minuscolo di tetti sul verdastro rilucente, sembra una solitaria stazione di ricerca su Marte... poi si riparte con il niente, il tutto poi, viene inghiottito dalle nuvole stratiformi di bassa quota. Adesso il bianco è abbagliante.
L'arrivo è puntuale, sono le 13,00 ora locale (in Italia sarebbero le 7,00 del mattina, siamo sei ore in avanti), ed è solo adesso che capisco il perché della colazione/pranzo servita a bordo, a base di riso e brioche.
L'aeroporto è enorme, e gli spazi mastodontici, dopo aver compilato il documento d'entrata per l'immigrazione, neanche tanto complicato, considerato quello americano, ci avviamo al ritiro bagagli. Qui per andare dobbiamo prendere un trenino su rotaia che a occhio e croce ci fa percorrere qualche chilometro, è caldo, le temperature come effettivamente avevo letto sulle previsioni, sono alte, siamo intorno ai 25 C.
All'uscita vedo subito un cartello con sopra scritto il mio nome, lo tiene Wang, l'amico cinese, già accompagnatore di Zao Dao che avevamo conosciuto in precedenti occasioni, da Basillac a Grenoble, un cinese sorridente, simpatico e dalla battuta pronta, ma che da l'idea del maneggione che ha le mani in pasta un po' ovunque, che insieme ad una delegazione di due o tre cinesi, una ragazza dal nome Christine (non ho ancora capito se è l'equivalente del nome cinese o se è cresciuta in Francia) che solo dopo scoprirò sarà la mia accompagnatrice e traduttrice (anche se dal cinese al francese, le cose semplici a me non toccano mai) compreso un fotografo che inizia subito a scattare foto, mi accompagnano al van, c'è quasi un'oretta e mezzo di auto da fare per arrivare all'albergo.



Christine, la mia personale interprete (in francese, s'il vous plaît), nel ritratto ad acquerello che gli ho fatto qualche giorno dopo il nostro arrivo.

Il traffico è notevole è caotico come in qualsiasi altra metropoli, chi pensava, e devo dire che un po' del mio immaginario era rimasto alla Cina di Mao, un paese ancora vestito di verde e tutta dedito al trasporto su bicicletta, può mettersi l'animo in pace, siamo in un paese che almeno in questo immediato frangente è moderno, dai costumi occidentali e con le stesse caratteristiche anzi, le auto in circolazione sembrano tutti di taglia medio alta e, a parte qualche marca sconosciuta e le giapponesi, la fanno da padrone, neanche a farlo apposta le tedesche: Mercedes, Audi, BMW, Volkswagen e Opel, e tutte di grossa cilindrata.
All'albergo vengo accolto come fossi una star, un altro paio di fotografi mi tempestano di foto da quando scendo in poi, Wang mi porta gentilmente la valigia, sono addirittura un po' imbarazzato per tutte quelle attenzioni, mi si avvicina una cinesina sorridente e dalla corporatura minuta, è Zhang, la relatrice con cui ho appunto corrisposto per tutte le email organizzative, non distinguendo nomi femminili dai maschili infatti, non immaginavo fosse donna, bensì maschietto.
Mi parlano di un rendez-vous con gli altri autori, che sono arrivati già da qualche ora alle 8,00 e mi lascio accompagnare in una camera molto carina, piena cineserie, con una specie di bovindo con divanetto e vassoio a quattro zampe con il necessario per il tè, che guarda sulla strada, un bel bagno e un letto a baldacchino. 
Mi sistemo.




La mia camera al Rainbow Hotel, il giorno stesso dell'arrivo.

Doccia e relax, vorrei dormire un po', non l'ho fatto sull'aereo e accuso un po' di stanchezza. Ma non faccio in tempo a sdraiarmi che mi squilla il telefono, un francese, che non so bene chi sia, mi dice che ho un incontro al terzo piano, traccheggio un po' troppo e mi richiamano, evidentemente la cosa è urgente, ma questa volta pare sia nella lobby.
Avevo capito male in molti sensi, l'incontro era alle 16,00 e si trattava della presentazione del programma, e mi ritrovo in una sala conferenze con tutti gli altri autori affiancati ai relativi interpreti che ascoltano gli organizzatori che con un proiettore espongono il programma delle visite. Accanto a me Christine mi aiuta a scrivere il tutto, intravedo e saluto Michel Jans con Josephine, e riconosco anche tutti gli altri che sono: Christian Lacroix (Lax), Emmanuel Lepage, Bettina Egger, Jens Harder, Diego Horacio Coglitore (Jok), Ruben Pellejero, Thierry Martinet e Hannu Lukkarinen.
Appena terminato l'incontro ci scambiamo i convenevoli, ci salutiamo e ci fanno dirigere in una sala adiacente in cui troneggiava un tavolo che dire massiccio è dire poco, un pianale di legno massiccio almeno spesso 30 cm. e su dei basamenti inamovibili, posizionato al centro dello stanzone, sul quale erano posate dieci stelle dorate ed incorniciate su cui avremo dovuto apporre l'impronta della nostra mano, né più e né meno come le mattonelle dei Chinese Theatre a Los Angeles.
Il cerimoniale dura un po', con il rituale delle foto, dove scopriamo che ai cinesi (cosa che io invece detesto) piace fare la foto con la manina alzata a mo' di saluto, a me sembra una pratica un po' deficiente è noto che i miei colleghi sono riluttanti, ma anche loro si adeguano.


Da sinistra a destra: Diego Horacio Coglitore (Arg.), Michel Jans (Fra.), Thierry Martinet (Fra.), Bettina Egger (Aut.), Hannu Lukkarinen (Fin.), Rubèn Pellejero (Spa.), io, Jens Harder (Ger.), Christian Delacroix e Emmanuel Lepage (Fra.).



Ritratto insieme all'impronta della mia mano sulla stella da esporsi successivamente in occasione dell'inaugurazione dell'evento.

Christine mi si avvicina con un ragazzo che mi vuole fare un'intervista, che io ovviamente concedo con grande generosità, anche se il tizio mi pare più un fanzinaro un po' nerd, ma poco dopo vengo richiamato da un altro stuolo di organizzatori, perché dobbiamo cenare...eh sì, sono appena le 18,00 ma pare che le usanze siano queste, io neanche ho troppa fame ma mi adeguo... e l'adeguarsi credo sarà una pratica ed una filosofia di vita da intraprendere con una certa intensità, in questi giorni. Siedo accanto a Pellejero e Lax, e cominciamo a gustare le delizie esposte sul l'enorme piatto circolare rotante posto al centro della tavola.
Inutile spiegarvi caratteristiche e sapori della cena anzi, fate così, se siete mai andati a mangiare ad un ristorante cinese, cancellate tutte le pietanze che avete consumato, quelle che avevamo davanti infatti non avevano né la consistenza, né i sapori e tanto meno le forme di quelle esperienze, se non il fatto che erano mischiate pietanze e dolci allo stesso modo. Il tutto annaffiato da un vino californiano che i francesi, contrariamente al loro nazionalismo, pare abbiano apprezzato.
Abbiamo finito praticamente all'ora in cui almeno io avrei iniziato, e che uno spagnolo come Rubén neanche si sarebbe sognato di fare, ma quasi tutti invece del bicchiere della staffa hanno preferito andare a letto, stanchi per il viaggio è con ore di sonno da recuperare, e siamo andati a letto. Adesso però che sono le 5,00 sono qui sul letto a finire di scrivere questa prima giornata.
Domani, se non ricordo male c'è la Grande Muraglia.

Ah, a proposito, indipendentemente dal fatto che i cinesi preferiscono Wechat come social network, il motivo reale più che la preferenza è che qui Facebook deve proprio essere bandito, infatti non è accessibile, per cui l'intera avventura, potrà essere letta soltanto su queste righe e al mio ritorno.

MERCOLEDÌ 27

Prima colazione in albergo, la partenza è per le 7,45 e quindi stamani siamo mattinieri, in realtà mi sono svegliato presto, il jet lag non è stato eccessivo, temo di più il ritorno.
Il buffet è ricco ma di intercontinentale c'è poco, ma più che l'assortimento, mancano proprio i principi delle nostre colazioni, le marmellate, le brioche, i dolci e quant'altro, ci avviciniamo di più al breakfast all'inglese, con pancetta affumicata, uova affrittellate, poi ci sono spaghetti con verdure, riso, germogli di soia, qualcosa di fritto, più che adattamento c'è richiesto proprio un cambio di mentalità ed io, anche solo per dieci giorni, non sono il tipo che si fa questi problemi, lo dimostra il fatto che ad un assaggino agli spaghetti non ci rinuncio. Prendo anche un caffè che mi lascio per ultimo ed un aranciata dal gusto allappante.
Si parte in direzione Tempio del Cielo, una costruzione del 1270 circa fatta in adorazione del cielo e del paradiso, che rappresenta la volta celeste ed è costruita come su tre cilindri concentrici costruiti su delle colonne portanti da due a quattro per finire le dodici che sorreggono l'ultimo anello circolare che lo compone. Il tempio circondato dalle sue mura è immerso in un enorme parco di 250 ettari, un enorme giardino pubblico dove si trovano innumerevoli persone (molti sono pensionati) occupati in mille cose, a giocare a carte, domino e scacchi cinesi in gruppi chiassosi e ridenti, mentre fanno taj-chi o mentre prendono lezioni impartite gratuitamente di danza tibetana e folkloristiche in genere, giovani che si esercitano in una lotta tipo judo, una moltitudine di persone intente in mille occupazioni mischiate ai turisti e invece sono lì per visitare il tempio.






Danzatori nel parco adiacente al Tempio del Cielo, e lo sketch del tempio, realizzato a matita. 



Grafomani all'interno del parco, scrivono passi di epici racconti antichi intingendo i pennelli nell'acqua sulle piastrelle, offrendoci così la bellezza dell'armonia della scrittura per ideogrammi. Poi, asciugandosi, tutto svanisce.

Qui capiamo che dobbiamo produrre i primi disegni, saranno degli schizzi preparatori e in seguito ci verrà spiegato che serviranno eventualmente per far vedere i percorsi, gli step di raggiungimento dell'opera, ma ci sono opinioni contrastanti tra gli artisti. Io nel frattempo mi faccio prestare i fogli, lo so, è una vergogna, ma i miei album li ho lasciati in albergo nel caos della partenza della mattina. Thierry gentilmente mi presta alcuni dei suoi ed io comincio a schizzare, non abbiamo molto tempo e dio riesco a fare un paio di rough. Diventiamo così parte delle curiosità del luogo, persone si avvicinano, ci fotografano e si fanno selfie con noi, mentre siamo intenti a lavorare, è già qualcosa che non ci sganciano anche qualche spicciolo. Qui anche un caricaturista locale che è insieme al gruppo, non so a quale titolo, si vuole fare fare una foto con me, Christine, la mia interprete personale che mi accompagna come un ombra ed è sempre disponibile, si presta all'esecuzione.
Continuiamo il giro, mischiati alla folla e andiamo al grande piazzale che consacra il secondo luogo dove vengono fatte le due cerimonie annuali in onore del Cielo, questo piazzale rialzato ed è raggiungibile da tre rampe di scale ha una specie di bottone al centro sul quale (come le palle del toro a Milano), le persone si fanno fotografare sopra perché è di buon auspicio, trovandosi al "centro del cielo".



Nel centro del Cielo... non si direbbe, ma sono proprio lì.


Il piazzale rialzato si trova inscritto all'interno di uno quadrato ancora più grande, questo rappresenta la terra che veniva immaginata quadrata e piatta, anch'esso recintato e con le porte d'ingresso poste su tutti i quattro lati.
Un'ulteriore tappa è al palazzo che contiene The Pearl Market, il mercato delle perle, che in realtà è solo all'ultimo piano dell'enorme costruzione, composta tra l'altro di innumerevoli piani, ognuno adibito a generi commerciali differenti, dal souvenir, alle t-shirt s, al pellame, all'abbigliamento, non so se ci hanno portato qui perché la tappa sia importante o come pellegrinaggio simil-turistico per implementare il commercio locale. Mi pare però che nessuno acquisti niente, mentre tutti ci godiamo la piacevole sosta all'ultimo piano, dove c'è un bel giardino caratteristico e nel quale ci facciamo una delle innumerevoli "foto ufficiali", foto che ci vengono fatte da uno stuolo di fotografi che abbiamo al seguito e che relazionano la nostra presenza con asfittica puntualità praticamente in ogni luogo che visitiamo.




Nel giardino sulla terrazza del Pearl Market, e la vista del gigantesco incrocio (come ce ne sono moltissimi), caratterizzante il traffico e le dimensioni gigantesche degli spazi della città.

La mattina finisce qui, si sale sul pullman in direzione verso la Grande Muraglia, l'unica opera umana visibile dallo spazio, l'imminente costruzione che attraversa la Cina per oltre 6000 km. costata migliaia di vite per la costruzione e che passa a circa un'ora e mezza di autobus dalla capitale. Sul torpedone ci viene servito il pranzo, un pasto all'insegna del concorrente commerciale più importante, quello americano, vengono distribuiti infatti, hamburger, patatine e ketchup di McDonald's, che noi consumiamo in viaggio.
Il cielo non è chiaro come il giorno precedente, ed ha quel colore bianchiccio e smunto tipico o della nebbia o dello smog, io non so perché, sono propenso per la seconda opzione, anche se alla prima impressione non si sente.
Già nel tragitto incontriamo un pezzo della muraglia che corre sul crinale delle colline circostanti l'autostrada, poi arriviamo al punto previsto, dove c'è un ampio parcheggio, una moltitudine di banchi e bancarelle e negozi di vari souvenirs, una serie di costruzioni atte al turismo del luogo, con ristoranti, alberghi ed ulteriori negozi.
In fila e con il nostro codazzo di accompagnatori, tra interpreti, fotografi, responsabili della rivista e altri personaggi di cui non conosco la funzione, credo che saremo più o meno una trentina di persone, tutte andiamo all'entrata dell'ovovia, che non ci porta sui campi da sci, ma in un belvedere da dove è possibile vedere km. di tratti della muraglia che corre sulle cime delle colline che circondano il panorama.
Effettivamente il colpo d'occhio è fantastico, ed anche se noi già presi dalle paturnie per cercarsi dei posti in cui realizzare i nostri sketches non abbiamo il tempo per ulteriori elucubrazioni, è davvero incredibile non riconoscere la monumentalità dell'opera, la costruzione di un perimetro di fortificazioni contro ogni invasore, disseminato di torrioni di controllo, che percorre ogni sommità delle colline, intervallato da ripide salite ed altrettante discese, inevitabili architetture per strutture che corrono senza modificarne i profili sulla cima delle alture. Un'opera che può essere concepita solo da un popolo con una visione del mondo e della vita condizionata dal gigantismo di ogni suo riferimento, un dimensionamento sempre in eccesso per ogni cosa, territorio, popolazione, millenarietà temporali di usanze e dinastie.
Abbiamo oltre un'ora di tempo per realizzare i nostri elaborati, ognuno si perde per quelle mura (poi scopriremo di non essere troppo distanti tra noi), e ci viene fissata un orario di ritorno al rendez-vous previsto. Intorno a noi, la stessa tiritera, le persone passano, si fermano, osservano, si fanno fotografare, sono centinaia e centinaia, turisti di ogni razza ma anche molti cinesi.



Uno degli sketch realizzati a matita sulla Grande Muraglia.

Poi ci ritroviamo alla spicciolata nel punto previsto, foto ufficiale e rientro, nel frattempo abbiamo avuto la possibilità di fraternizzare uno ad uno con molti dei componenti del gruppo che non conoscevamo, Jans il simpatico tedesco dal volto sorridente, Diego l'argentino di origine messinese, l'austriaca Bettina, conosciuta l'anno scorso a Ferney-Voltaire, autrice di un delicatissimo scorcio ad acquerello della muraglia, fatto con la dolcezza tipica femminile, e molte chiacchiere con Rubén Pellejero, l'artista catalano che ha ripreso, con enorme successo, le storie di Corto Maltese, l'avevo conosciuto diversi anni fa Vaison le Romaine ed avevo potuto constatare oltre al suo enorme talento, che già conoscevo, anche la sua grande simpatia.
Poi tutti a cena in un enorme ristorante sito nei locali adiacenti al parcheggio, si vede che le costruzioni sono state realizzate tutte nello stesso periodo e sono pensate per ospitare strutture atte alle esigenze turistiche. Il locale è enorme e dispone di un ampio buffet a self-service, i posti sono molti ma di clienti ci siamo solo noi, non so se è per il fatto che non è la stagione turistica, perché è semplicemente un giorno infrasettimanale o perché anche qui esiste una crisi che manifesta i suoi morsi anche nel mondo dello yuan.
Il rientro è sommesso e sonnacchioso, evidentemente siamo stanchi, le luci si abbassano e sono pronto a scommettere che in parecchi si sono fatti dei sonnellini, me incluso.
Al rientro nell'albergo siamo tutti cooptati all'appartamento 1208, al nostro stesso piano, qui ha sede come camera atta ad ufficio l'organizzazione, verranno scannerizzare i nostri sketches giornalieri e ci verrà dato il contratto definitivo (avevamo firmato solo uno provvisorio necessario al rilascio del visto), con le dovute correzioni indicate, che noi firmeremo e riconsegneremo. Qui ci vengono anche consegnati cash, i soldi pattuiti nel contratto, per cui avremo la vacanza pagata, spesata oltre che una pubblicazione in Cina, niente male.
Mai paghi, invitato dagli amici decidiamo di ritrovarci nella lobby per il bicchiere della staffa, la scelta non è varia, e decidiamo per una Tsaotang, una birra locale, leggera ma buona, vorremmo pagarla noi, ma di fronte alle insistenze del simpatico Wang, anche lui della tavolata e che ci ha deliziato con innumerevoli informazioni sulla Cina e le sue consuetudini, decidiamo di desistere. 
Siamo davvero all'ingrasso, poteva andare peggio.

GIOVEDÌ 28

Svista! Le marmellate ci sono, andavano scovate ed oggi le ho inquadrate, da domani almeno la colazione la faccio occidentale, mi piacciono da morire gli spaghetti ma non posso mangiarli a tutte le ore, rischio l'overdose.
Partenza in autobus all'orario prestabilito, rifornimento d'acqua per tutti e ci tuffiamo nel caotico traffico di Pechino, la temperatura è estiva, siamo introno ai 27°C ed io ho deciso per la sola maglietta, e dicono pure che domani sarà perfino peggio.
Il programma prevede la visita alla Pagoda Bianca, un tempio buddista costruito su un'altura ben prima della fondazione della città, è posto nel mezzo di un enorme lago che è una dei giardini e delle attrazioni più belle e popolari della città, sulle cui rive ci sono locali, ristornati e negozi e, mi dicono, che la movida pechinese d'estate si svolga lì. La prima tappa è in un altro tempio dove c'è un'enorme scultura in giada antistante, pare risalga al periodo della dominazione del capo mongolo Kublai Khan, motivo di una leggenda affascinante, ed è circondata da alberi centenari, due pini sorretti da strutture che ne sospendono i rami grandissimi e che sono sotto tutela della città, l'altro sempre un pino ma che ha, nel tempo, mutato la sua colorazione in bianco diventando il Capo Pino Bianco, ci guardiamo intorno per cercare un posto dove eventualmente fare uno sketch, ma non c'è tempo e siamo richiamati all'ordine.



Il nutrito manipolo di fotografi (ma qui non sono neanche tutti), che ci seguivano passo dopo passo per immortalare ogni nostro lieve sussurro.
Costeggiamo il lago, attraversiamo un piccolo ponte, e dopo avere salito delle scale ci viene dato il via libera, quasi fosse una caccia al tesoro, ognuno si guadagnerà una posizione dalla quale dovrà effettuare il proprio schizzo, abbiamo circa un'oretta per la realizzazione. Io vado sotto la Pagoda Bianca e da un inquadratura improponibile realizzo il mio sketch, ma oggi mi sono portato carta, pennello ed acquerelli. Non si scherza più.
Ve l'ho già detto, e se l'ho fatto lo ridico, siamo attorniati da una folla di fotografi che fotografano ogni nostro passo, ogni nostro mutamento di posizione, ogni nostra espressione, oggi tra l'altro mi sembrano perfino di più di ieri, tra loro vedo infatti facce che non ricordavo.
Come ieri, mentre realizzo il mio schizzo, sono attorniato da loro che fotografano tutti (i miei colleghi avranno gli altri a loro disposizione, non temete), e per riprendermi uno ha rischiato perfino di cadere di sotto dalla balaustra dove ero appoggiato, nell'angolo ed era difficile riprendermi dal retro. Poi ancora turisti che si fermavano, facevano commenti e mugolio di approvazione, qualcuno ancora selfie.
Ma l'apocalisse è accaduta alla fine, quando ho terminato il mio schizzo, i fotografi presenti (almeno quattro, ma alla fine sono aumentati), mi hanno fatto mettere in mostra con il disegno davanti e: giuro, saranno stati due minuti buoni a scattarmi foto, ne avranno fatte centinaia, ognuno mi chiamava, ognuno voleva che lo guardassi, non mi sono mai così sentito Nicole Kidman come in quei momenti (lo so, dovrei dire George Clooney, ma una donna diva è un'altra cosa ed un'altra percezione del  mito), davvero la gloria e l'apoteosi del proprio ego passa davanti ad un obbiettivo fotografico, quando ho finito tanto ero sollevato e leggero che quasi pretendevo la fiorita, il rullo con lui sponsor alle spalle, il bodyguard e la limousine all'esterno, ma poi sono un uomo di sani principi e sono tornato alla normalità. 






I templi antistanti il parco con laghetto della Pagoda Bianca ed il vecchissimo Pino Bianco, protetto e supportato dalle strutture perché non collassi sotto il peso dei propri rami.






Lo sketch della Pagoda Bianca e, sopra, uno delle decine e decine di scatti fatti in quell'occasione.

Alla fine della scale, nel punto concordato per il rientro, il capo "cordata" ci invita tutti a salire su un trenino elettrico come quelli per i tour nei parchi giochi per i bimbi, che ci porta, strombazzando per tutti i vialetti del lungo lago, in uno spiazzo dove troneggia questo enorme muro in quello che pare una maiolica, rappresentante i nove dragoni imperiali, di quei muri c'è n'è uno in Europa (non ne ricordo più il motivo, mi pare in mostra in qualche museo) e l'altro in un altra provincia, e sono importanti perché sono gli unici che ne raffigurano nove, il massimo numero singolo dispari indivisibile. Avrei voluto fare altre domande sul l'importanza dei numeri ed il rapporto con i dragoni, ma vuoi perché la traduttrice è il lingua francese, vuoi perché alla fine neanche di tutti i santi e santini delle chiese cattoliche conosco voti e miracoli, ho finito per restare nell'ignoranza e fregarmene, scegliermi un punto strategico e disegnarmi il secondo sketch della giornata.



Il Muro dei Nove Draghi. Io non ci sono, sono a fare lo sketch (a lavorare sempre i soliti, eh?, e poi si dice degli italiani...)

E due! Io la pagnotta, anche oggi, me la sono guadagnata.
Poi a pranzo, in un ristorante esclusivissimo, dove in effetti abbiamo mangiato molto bene anche le prelibatissime lingue delle anatre che pare sia un piatto non solo esclusivo, ma anche carissimo. Il ristorante anzi, il padiglione del ristorante dove abbiamo mangiato era galleggiante, arredato sontuosamente e dove eravamo gli unici avventori, è gestito dal governo cinese ed è adibito esclusivamente ad ospitare personalità ed ospiti di riguardo, insomma VIPS. 



Io, Ruben e Hannu come antichi mandarini, attendiamo il nostro lauto pranzo che giustamente ci meritiamo dopo gli sforzi fatti. Le poltrone sono comode, l'elegante padiglione beccheggia sull'acqua e il cibo sarà buono, come imperituri VIPS siamo trattati e noi, lo si legge dalle nostre facce, in fondo finiamo per crederci.

Ed è qui che ho fatto di nuovo un pensierino al bodyguard e alla limousine...
Poi di nuovo il capocordata ci fa alzare da tavola quando invece stavamo pregustando un chilo di qualche minuto, per riposarci dalla mattina e per agevolare l'imminente digestione.
Ma niente da fare, è prevista una corsa in risciò per uno dei quartieri più vecchi della città, tutto realizzato con un'architettura che prende spunto da quella della Città Proibita. Fuori dal recinto dei giardini del lago, c'è infatti una fila di risciò pronti che aspettano noi, saliamo a coppie, ognuno con il proprio traduttore e via, partiamo. Non ci crederete, ma nel risciò di fronte a noi, sono saliti due dei tanti fotografi che, col culo rivolto davanti guardano dietro, cioè noi, fotografandoci non so alla ricerca di qualcosa, credo che i paparazzi dell'epoca d'oro della Dolce Vita, abbiano faticato meno. Quando dico risciò Christine mi guarda stupita e non capisce, mi dice il nome cinese e non capisco attinenze, forse è talmente storpiata la pronuncia dal cinese che noi l'abbiamo italianizzata trasformandola in altro. Il giro è relativamente breve, le strade strette e tutto è uniformato dal colore grigiastro dei mattoni, dai portoni per grado d'importanza della famiglia proprietaria e che, se di classe agiata, una volta non si poteva far sposare figlie di classi più basse. Oggi questo quartiere, centrale e ben tenuto è considerato molto agiato oltre che caro e, anche se non sembra, le famiglie che ci abitano sono piuttosto ricche.





Il tour nella "città vecchia" nei pressi della Pagoda Bianca, sui carrettini trainati dalle bici, di fronte a noi, su uno di questi, due fotografi che, rivolti all'indietro, sono a caccia di foto sensazionali...de che poi?

Alla fine della corsa siamo depositati vicini ad una specie di American Bar all'aperto dove all'interno abbiamo scoperto essere allestito tutto per l'inaugurazione dell'evento perché, che ci crediate o no, questo sì è trattato di un evento piuttosto importante, io ci scherzo su ragazzi miei... ma lo sapete che da qui in avanti la bodyguard e la limousine, quasi, quasi la pretendo davvero?
Comunque, a parte gli scherzi, c'era un grande fondale con su scritto a grandi lettere in cinese ed occidentale il titolo dell'evento e cioè International World Artist Illustrated Beijing, con scenografia ad angolo, e nell'angolo, incorniciati i nostri ritratti e accanto le stelle con le impronte delle nostre mani fatte il giorno del nostro arrivo, i microfoni di rito ed il red carpet come nelle grandi occasioni. All'ingresso dei cavalletti con i nostri ritratti, delle note biografiche ed alcune tavole rappresentanti i nostri lavoro, da un lato, un foglio di carta alto un'ottantina di cm. e lungo 4 m. sul quale tutti noi dovevamo realizzare un'illustrazione da dedicare alla città, ed il cui soggetto dovevamo concordare collegialmente.



Il palcoscenico della cerimonia di inaugurazione.



Immortalato di fronte al mio ritratto, poco prima che venissero apposte le stelle.

Non mi dilungherò sull'intero processo, abbiamo discusso parlandone tra noi, poi siamo partiti e l'abbiamo realizzato, spero di avere una qualche foto fa qualcuno perché credo di essermi dimenticato di farlo, visto la concitazione del momento.







Il momento della realizzazione del lungo dipinto fatto da tutti noi artisti presenti.

Alla fine, si sono presentate delle personalità locali, il responsabile dell'amministrazione responsabile del progetto e molte altre personalità, è arrivato l'ambasciatore finlandese per Hannu e tra noi ci lamentavamo polemici della disattenzione dei relativi paesi, quando invece spunta una simpatica italiana che mi si fa incontro, è una responsabile dell'Istituto Italiano di Cultura che ha sede a Pechino, oltre che addetta culturale all'Ambasciata Italiana, è stata avvisata dall'organizzazione ed è stata ben felice di partecipare. Si chiama Maria Luisa Scolari ed è una ragazza che si è trasferita dalla Turchia alla Cina da qualche mese ed è stata ben felice di partecipare alla manifestazione... e noi che ci lamentiamo della trascuratezza italiana. Devo dire, senza falsi moralismi, che avere un rappresentante del mio paese, in un'occasione che avrebbe l'aria di una sua ufficialità, mi ha fatto piacere, oltre che riempirmi anche un minimo di orgoglio nazionale. Abbiamo iniziato a parlare, quando è stato dato inizio all'inaugurazione vera e propria della manifestazione, hanno parlato varie personalità che prontamente tradotte da un interprete con una voce da speaker vellutata e professionale, due nostri rappresentanti (francesi, del resto quelli che hanno relazioni professionali di mercato con questo paese) e poi, dopo averci fatto spostare su quello che aveva la funzione del "palcoscenico" della rappresentazione, ad uno ad uno da diverse personalità, ci sono stati consegnati un diploma ed una raffigurazione allegorica di un aquilone cinese.




Insieme a Maria Luisa Scolari, addetta culturale presso l'Ambasciata Italiana di Pechino e membro dell'Istituto Italiano di Cultura.



Io ed i miei pards, con i diplomi di partecipazione di fronte al disegno lungo oltre quattro metri che verrà esposto permanentemente presso il Municipio della Città.



Ancora noi, stanchi dopo una giornata di giri, rigiri e sketch, ma orgogliosi di essere lì.

Poi, nuovamente il fuoco di fila dei fotografi, e qui, credetemi non sto esagerando, la ressa dei fotografi che si spintonano lungo il red carpet per catturare le foto delle vedettes che sfilano, è stato il medesimo, i fotografi, come fossero piante mutanti si sono moltiplicati, vuoi perché la manifestazione era stata annunciata, vuoi perché qui evidentemente  ogni evento è degno di importanza, fatto sta che il mondo era di fronte a noi e voleva fotografarci, con macchine professionali o con smartphone, ma sembrava che l'unica loro ragione di vita fosse quella di immortalarci, incredibile.
È seguito il rinfresco a buffet, dove ho invitato Maria Luisa, la simpatica addetta culturale conosciuta nei minuti precedenti, abbiamo così continuato la nostra chiacchierata che è seguita anche intorno  ad un tavolo, mangiando macchinosamente con le bacchette le solite pietanze miste, spaghetti con peperoni, pollo caramellato, porco e varie amenità, parlando del più e del meno, dell'Italia che è vezzosa e sfuggente ma pur sempre meravigliosa, percezione cristallina specialmente quando siamo all'estero e conoscendoci un po' meglio fino alla fine della cena, con la promessa di tenerci in contatto con lo scambio dei biglietti da visita. 
Del resto noi avevamo l'ultimo impegno della giornata, lunghetta devo dire, e cioè un bel giro del lago in notturna sulle barche che vengono affittate e con rematori che vogano con lo stesso sistema dei gondolieri, a remo unico posto a prua della barca.
Qui ci siamo fatti delle belle risate con Jens, Diego e Rubén... sdrammatizzando alcuni fatti della giornata ed entrando sempre più in confidenza tra noi, la cosa veramente simpatica di queste occasioni, e cioè fraternizzare e consolidare amicizie con colleghi che, credetemi, sono tutti davvero molto simpatici e vale la pena conoscere.
La chiudo qui, sono sfinito ed ho rinunciato ad un bicchiere della staffa per poter scrivere questo report che, immaginavo mi impegnasse abbastanza.
Domani c'è un'altra giornata faticosa, siamo divisi in cinque gruppi e verremo dislocati in posti diversi, a me dovrebbe capitare un atelier di un pittore famoso, vediamo un po' , sono davvero curioso! 

3 commenti:

  1. Ah, you have really made a great report of the time in Beijing! A pity I can not read italian.
    But warm memories, my friend!

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  2. Thanks a lot Hannu, ss soon the second part...friend!

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  3. Thanks a lot Hannu, ss soon the second part...friend!

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