topolino

9 aprile 2011

Somari e genitori perduti...


Era da tempo che non mi divertivo così al cinema, risate di gusto in situazioni credibili, per quanto un po' sopra le righe, ma che documentano il lento declino di una "professione" in via di abbandono per scarsità di esempi, come quella dei genitori.

La visione de "La bellezza del somaro" ti rimette in sintoia con le produzioni cinematografiche nostrane, talvolta solo in "confezione natalizia", altre volte troppo concentrate sulle circumnavigazioni dell'ombelico, nel film di Castellitto invece si ride, e lo si fa di gusto perchè si diventa spettatori di un universo vicino al nostro (le analogie sono tante: età, ruoli, inclinazioni e anche la consapevolezza della pazzia collettiva del vivere quotidiano che ci contamina un po' tutti). Si sa, i personaggi devono essere tratteggiati a tinte forti e sono tutti un po' sopra le righe, ma giusto quel tanto che basta per sottolinearne le caratteristiche senza trasformarle in macchiette.

Il film è la radiografia di molti genitori di oggi, figure quasi al servizio dei figli, che tentano invano di essergli "amici" giustificandolgi così, tutto, figure solo concentrate nella difficoltà della loro interpretazione che finiscono per diventargli succubi, spesso in balia delle loro scelte, dei loro desideri, dei loro capricci, trasformandoli inevitabilmente in ragazzotti viziati tutti dediti al fumo e al cazzeggio e, cosa più importante, soli di fronte ad un mondo difficile e, apparentemente senza speranze.
Ora, tutto sembra documentato con semplicità ma non lo è, il tratteggio di situazioni e personaggi non si trasforma in facili risposte, ma il tentativo di sottolineare vizi e usi di una società pazza, indecifrabile, caotica come la nostra è, a parer mio riuscito.

I personaggi sono tutti all'altezza, bravissimo Castellitto nei panni dell'architetto cinquantenne che ancora si sente un "figaccione" (e quindi trascura la moglie) ma pavidamente remissivo con la figlia, brava Laura Morante nella madre psicologa, schizzata, e nevrotica come sempre ma, o gli cuciono addosso sempre parti del genere, o lei deve essere effettivamente così. Bravo Giallini nel medico immaturo con famiglia talmente allargata da non conoscerne i confini, così anche Gianfelice Imparato nelle vesti dell'operatore finanziario cona auricolare incorporato per imparare l'inglese, e così anche tutti gli altri.

Bella la figura di Enzo Jannacci, l'imprevisto "amante" della figlia, senile presenza di una cricca di personaggi in cui nessuno conosce bene la propria funzione, tra questi è l'unico conscio del proprio essere, ed è con la sua semplicità e la saggezza dell'esperienza che calamita l'interesse della ragazzina che in lui vede una roccia a cui aggrapparsi nel mare dell'inconsistenza che la circonda.
Mettersi di fronte a questa insondabile realtà e l'incomprensione delle scelte della figlia aiuterà i genitori a guardare dentro sè stessi, prendere coscienza delle propri debolezze e, forse, a trovare una nuova dimensione del vivere.

Il titolo è, almeno per me, un enigma ... forse il somaro che è presente nelle scene bucoliche dei paesaggi intorno al cascinale, che come un osservatore distaccato osserva con indifferenza quello che gli succede intorno, assurge a quell'estetica di bellezza, così negata ai personaggi del film.

Comunque è da chiedere alla Mazzantini alla prima occasione ...

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